Campioni del Mondo! O della solitudine calcistica di mio padre.

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L’11 luglio 1982 è il compleanno di tutti gli italiani“.
(Paolo Rossi)

Eccoci, allora (anche se con un giorno di ritardo), a celebrare i 35 anni del Mondiale di Spagna, i 35 anni della notte che segnò le vite di tutti noi. Certo, ricordiamo il 9 luglio del 2006 con grande emozione, ma il coinvolgimento a tutti i costi di Napolitano non sembrò forse il tentativo di replicare la meravigliosa immagine del Pertini Mundial?

Dunque, volete un articolo documentato e bello anche dal punto di vista estetico? Vi consiglio questo pezzo di Fabrizio Bocca e Visual LAB (c’è anche un quizzone).

Se, invece, vi accontentate di qualcosa di più personale, vi ruberò giusto un paio di minuti. Anche perché quella vittoria e quell’estate significano qualcosa di diverso per ciascuno di noi. Ecco, a me, il calcio non era mai piaciuto un gran che. Avevo 7 anni, nel 1982, detestavo il calcio (la passione esplose solo qualche anno dopo), amavo la fantascienza e giravo con l’inalatore in tasca: un perfetto nerd, anche nella scarsissima propensione alla pratica sportiva. Insomma, mio padre, sportivo e tifoso, aveva poco di cui vantarsi. E la vacanza che facemmo in Sicilia, credo lo abbia immalinconito ancora di più: due settimane in campeggio, on the road, grosso modo da Italia-Argentina a Italia-Germania Ovest. Un pomeriggio, dispersi nella campagna siciliana con la Simca 1100 bordeax di famiglia, stavo attaccando figurine all’abum Panini del Mundial che mio padre mi aveva comprato sperando di stimolare la mia vena calcistica. A un tratto, esclamai: “Wow, questo si chiama Falco!”. “Che bel nome” disse mia madre. “A dire il vero, è Falcao” chiuse mio padre, sempre più solo. Ricordo con meno malinconia le ore di preparazione alla semifinale con la Polonia. Eravamo a Siracusa, dove avevamo ripiegato su un hotel, non avendo trovato posto in campeggio. Nel pomeriggio, guardando dalla finestra, vedemmo diverse auto tappezzate con il tricolore. Mia madre, la Regina dell’Ottimismo, sospirò un distratto: “Pensa che delusione, se dovessero perdere”. Ma mio padre, sorridendo, rialzò il morale della risicatissima truppa: “Ormai, non perdiamo più“. Non capii nemmeno a cosa si riferisse, ma mi fidavo di lui e, con il senno di poi, posso dire di aver fatto bene. Cosa rimane? Certo, l’ultimo atto, quello più importante: l’11 luglio, eravamo a Cefalù, mio padre in un bar, circondato da estranei festanti (come lui), io e mia madre ad aspettarlo su una panchina. Credo di essermi addormentato abbastanza presto, a dire il vero. Però, di quell’estate, conservo un meraviglioso ricordo.

 

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