La (bella) voce di Narciso.

A quasi un mese dall’eliminazione dell’Italia dalla FIFA World Cup 2014, Aldo Grasso, sul Corriere della Sera, decideva di massacrare Fabio Caressa, “naufragato”, secondo il celebre critico televisivo, insieme alla spedizione di Prandelli.
Ovviamente, ciascuno di voi è liberisssimo di decidere da se amare o detestare lo stile della prima voce di Sky, ma sembra evidente (persino a uno vecchio dentro come il sottoscritto, cresciuto con il mito azzurro di Bruno Pizzul) che Grasso sembri “solo” spaventato da toni che non siano soporiferi e monotoni. Accadeva più o meno lo stesso, qualche anno fa, con Pippo Russo, giornalista bravissimo ma un po’ prevenuto nei confronti del telecronista celebre per il suo: “Chiudete le valigie amici, andiamo a Berlino! Andiamo a prenderci la coppa!“.
Questo è il pezzo di Grasso (13 luglio 2014):
 
Cotto e mangiato, non poteva finire altrimenti Fabio Caressa. Era nel suo Dna, per dirla alla Caressa. Dopo la Nazionale azzurra, il grande sconfitto di questo Mondiale brasiliano è proprio lui. Sognava di ripetere i fasti di Germania 2006, quando aveva aperto i rubinetti dell’enfasi: «Alza la coppa, capitano! Alzala alta al cielo, capitano, perché questa è la coppa di tutti gli italiani! Perché oggi grazie a voi abbiamo vinto tutti! Alzala alta perché oggi è più bello essere italiani!». E invece torna scornato. Travolto dalle critiche, più o meno come un Felipão Scolari.
Risuonano ancora le sue profezie durante la telecronaca di Italia-Uruguay: «Nessuno è bravo come noi con le spalle al muro. Noi non molliamo, noi siamo l’Italia, noi non siamo nati per perdere»; «Questo è il tuo momento Antonio (Cassano)». E i suoi dialoghi con i protagonisti: «E allora me lo cacci fuori! L’ha morso ancora! Ma è incredibile! Per forza che poi (Suarez) ti fanno male i denti, hai preso l’osso!». Risuonano ancora le sue gufate durante la telecronaca di Germania-Brasile: «2-0! Porta chiusa in faccia al Brasile! Ma attenzione! Siamo al 24’. E io di partite strane che erano 2-0 e sembravano finite, ne ho viste tante, Beppe. Attenzione». Com’è andata lo sappiamo.
Vittima del narcisismo, Caressa ha pensato che i suoi commenti, le battute, gli incipit paraletterari fossero più interessanti delle partite stesse. Così ha ridotto Beppe Bergomi al ruolo di malinconica spalla: «È vero, Fabio, è vero…». Così ha cominciato a sciorinare un repertorio di frasi fatte, ma con la prosopopea del cronista di guerra, quel trapassare dal trotto al galoppo del diaframma. Si è impegnato ad accatastare iperboli, logorroico ed estenuante, a compiacersi del suo lussureggiante proliferare sintattico dietro cui, forse, si cela solo l’invidia per la naïveté con cui la moglie Benedetta Parodi affronta i fornelli, il frigorifero e la vita. Le telecronache di Sky avevano fatto fare un salto importante a questa singolare pratica retorica, ma ora capitan Caressa le ha trascinate nel protagonismo, nell’autocompiacimento, nel selfie. Cotto e mangiato, come un soufflé appena scongelato.
 
Come scriveva Davide Enia dello stesso Mondiale, però, “Premio schifo totale assoluto alla RAI“. La voce azzurra, per me, è quella di Sky.
 
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