Brasile-Italia 1970-2013: l’assassino di spioni.

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Brasile-Italia è il derby calcistico del pianeta. Cinque titoli mondiali per i verde-oro, quattro per gli azzurri. Grandissimi campioni. Suspence e spettacolo ogni volta che si affrontano, fosse anche per un’amichevole.
E c’è lo scontro, quasi secolare, fra due modi di intendere il calcio stesso: la festosa, dinamica, creativa, bailada fase d’attacco dei brasiliani e della loro Futebol-arte; l’arcigna, ermetica, micragnosa difesa degli italiani esaltata solo da fulminei contropiede. Oggi le differenze fra i modi di giocare sono molto attenuate; ma suonano emblematiche, quasi antropologiche le parole dello scrittore brasiliano Nelson Rodrigues a fine anni ’50: gli italiani, nella loro storia, hanno sempre avuto poco e quindi quel poco devono difenderlo a ogni costo; i brasiliani, nella loro storia, non hanno mai avuto niente e quindi, non avendo niente da difendere, possono stare allegramente in attacco. 
Una bella fetta di São Paulo è italiana. Una bella fetta di musica italiana è brasiliana.
Che altro?
Un racconto clandestino, una storia oscura pare invece scorrere nelle vene più profonde, nei rivoli carsici, attorno alle porte chiuse dei ritiri e degli spogliatoi. È un giallo di morti violente: 1970, 1978, 1982, 1994… ogni volta che Italia e Brasile si incontrano per qualcosa di importante, un brasiliano responsabile alla sicurezza della Seleção passa ad altra dimensione; gente in gamba, servizi segreti di Brasília, corpo di spedizione di Rio durante la guerra. Mica un maluco qualsiasi. 
Tutto parrebbe portare – appunto – alla FEB, i 25.000 volontari immigrati, ebrei e libertari impegnati sulla Linea Gotica dal luglio 1944, a un segreto e a una vendetta. Ma chi ha la memoria più lunga riporta il mistero ancora a più indietro: perché l’attaccante Leônidas da Silva – il più forte giocatore al mondo dell’epoca – non ha giocato la semifinale dei Mondiali 1938 contro l’Italia?
Non sempre c’è stato calcio, tra Italia e Brasile…”
(Luciano Sartirana)


L’assassino di spioni. 
Jorge Barbosa Filho lavorava per i servizi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, che lui aveva combattuto proprio nel Paese di quei dannati italiani. Ingrati e privi di memoria, ecco cos’erano. E incapaci di ballare con una donna, altrochè. Ma la partita di quella sera avrebbe spento tutti i loro sorrisini. “Pelè segnerà tre gol e tanti saluti ai cari Mazzola e Rivera”. Fu questo l’ultimo pensiero che attraversò la mente del rissoso Jorge, pochi istanti prima che una lama attraversasse il suo cuore verdeoro.
Negli ambienti dei servizi segreti, tutti iniziarono a porsi delle domande solo otto anni dopo, in pieno Mondiale argentino, quando un giovane collega di Jorge, Josè Coutinho, ricevette lo stesso trattamento del primo spione trapassato. Stava facendo la doccia, in albergo, la sera prima della finale per il terzo posto. Di nuovo, Italia-Brasile. Una coincidenza, dissero tutti, e, infatti, tutti i militari in tribuna, argentini e brasiliani, decisero di tenere le bocche cucite, per non compromettere il regolare svolgimento del torneo, ormai a un passo dalla trionfale conclusione. No, nessuno avrebbe parlato del cuore trafitto di Josè, addetto governativo alla sicurezza della nazionale brasiliana, avvolgendone il corpo nella stessa coperta di silenzio politico che già aveva celato la morte di Jorge. Josè e Jorge, due spie al seguito della nazionale samba e sorrisi. Due spie assassinate alla vigilia di un match contro gli italiani. Per quanto possano essere ottusi, corrotti, spaventati o, più spesso, una pericolosa combinazione delle tre caratteristiche, da un lato e dall’altro dell’Atlantico, i politici non possano chiudere gli occhi per sempre, quindi iniziarono a porsi delle domande. Il primo assassinio sembrava poter essere spiegato in modo molto comodo (“dannati marxisti!”), questa volta no. Questa volta, era evidente che qualcosa non tornasse.
Quattro anni erano trascorsi e l’esperto Lucas Paulo -qualcuno lo avrebbe definito “vecchio”- trentacinque anni trascorsi a combattere i rossi in vari modi, che fossero guerriglieri, “senza terra”, giornalisti o diplomatici comunisti, stava per andarsene in pensione. Finalmente, un po’ di riposo. Finalmente, l’incarico atteso una vita intera: Seleçao, Mondiali, Spagna, Socrates, Falcao, Junior, Sangria, Señoritas. La quarta Coppa del Mondo da turista di prima classe, spesato di tutto e in viaggio con la squadra. E, poi, appena sotto il cuoio capelluto, o in mezzo allo stomaco, a seconda dei momenti, quella voglia, quel fremito, che non riusciva a condividere con i colleghi. Neppure con il buon Diego, compagno d’armi e di bevute da tutta la vita. Era il bisogno di misurarsi con un mito, una voce, una leggenda: l’assassino. Lucas lo sapeva, forse sperava che di quello si trattasse, di un mito, ma sapeva che avrebbe rinunciato a chiudere la prima fase a punteggio pieno (i sovietici andavano battuti, però, per Il Cristo del Corcovado), pur di mettergli le mani addosso. Due suoi colleghi erano spariti poco prima di un Brasile-Italia in altrettanti Mondiali, in Messico e in Argentina. Due colleghi che, si diceva, non erano scappati in Russia o in Cina, ma scomparsi, letteralmente. Nessuna conferma dalle alte sfere, ma Lucas era nel giro da troppo tempo per prestare attenzione alle versioni ufficiali. «Quei burocrati non riconoscerebbero una pistola neanche con una pallottola nel cranio. Ma io sì. E voglio tornare a San Paolo da eroe, voglio rivedere la mia famiglia dopo aver toccato la coppa e aver bevuto e cantato con Socrates e Zico. Voglio incontrare gli italiani. E lui. Vieni pure, amigo. Quei due poveri bastardi non sapevano di doversi guardare le spalle, ma io ti sto aspettando. Sei mio».
Invece, accadde che anche Lucas, il giorno prima della rinascita della fenice Paolo Rossi, finì per essere sorpreso. «Non è possibile» pensò. «Non può essere questa la fine. Mi fa quasi ridere. Quasi, eh». Poi, più nulla.
Italia e Brasile si incontrarono in alcune amichevoli. Il Brasile andò a vincere a Bologna, nel 1989, e, finalmente, dall’alto arrivò l’ordine di prestare la massima attenzione. Italiani e brasiliani, insieme fuori dal campo, tennero gli occhi aperti ma non accadde nulla.
La tregua durò fino al 1994, quando le due squadre più titolate del pianeta tornarono a sfidarsi in una Coppa del Mondo. La notte di Los Angeles era eccitante anche per uno come Marcio Pedretti, chiare origini italiane (quasi un derby, per lui, la finale del giorno seguente), ma una vita intera trascorsa nella frenetica, chiassosa e colorata Rio. La notte di Los Angeles lo avrebbe accompagnato verso la partita che ogni tifoso brasiliano aspettava con eccitazione. La notte di Los Angeles per festeggiare in anticipo, visto che agli addetti alla sicurezza non era consentito fraternizzare con la squadra e che lui staccava alle 23 esatte. L’ultima notte della sua vita carioca, interrotta prima di poter toccare la coppa del mondo.
Quattro partite, quattro vittime.
Le amichevoli seguenti, il 3-3 di Lione, nel ’97, e il 2-0 verdeoro di Londra, nel 2009, si confermarono innocue, ma la Confederations Cup sudafricana impose ai brasiliani un altro tributo di sangue: il bel Ricardo Rocha, idolo delle donne del Ministero, venne ritrovato privo di vita sull’autobus che stava per portare la squadra al Loftus Versfeld Stadium per la gara contro gli azzurri. La “sicurezza” brasiliana scambiò mezzo al volo e i servizi di Pretoria fecero sparire il corpo, per non turbare, in ordine crescente di importanza, giocatori, opinione pubblica e dignitari FIFA. Altro insabbiamento, altra corsa, in attesa di una nuova Confed Cup, proprio in Brasile.
Tra Londra e l’estate, un’amichevole giocata a Ginevra, nel marzo 2013: come da copione, nessuno si fece male.
Il 22 giugno di quello stesso anno, si tornò a fare sul serio. Brasile e Italia giocavano per i tre punti, ma il Paese si mobilitava più per la lotta ai politici corrotti che per un torneo di pallone. A dirla tutta, il Paese sembrava volersi scrollare di dosso gli stessi Mondiali. I servizi segreti erano in allerta, la polizia era in allerta, il governo era in allerta. Ma solo due vecchi agenti erano sul caso dell’assassino di spioni: stavano tutti seduti su di una polveriera, il Brasile rischiava di giocarsi la seconda Coppa del Mondo casalinga e nessuno si prese la briga di destinare uomini e risorse alla protezione di agenti sacrificabili. Anche perchè, nonostante tutti, erano in tanti a non crederci. Sembrava quasi una leggenda urbana, maledizione.
Già, quasi.
A fare le spese della reale consistenza del matador fu Manuel Deodoro da Fonseca, agente trentottentte dell’intelligence di Brasilia con lo stesso nome del primo presidente della Repubblica del Brasile. Fu un vezzo della madre di Manuel, Maria, lui non lo aveva mai amato troppo quel nome, ma nessuno seppe mai se l’assassino di spioni l’avesse scelto proprio per quel motivo. Contava poco, forse. Contava di più capire chi fosse, ma nessuno gli si avvicinò mai davvero. Il 21 giugno del 2013, quell’ombra si portò via la sesta vittima in quarantatre anni di onorato servizio. Poi, si fermò, in attesa di un’altra partita.
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