La Spagna è Nazione di fútbol, ma il nostro coraggio non può essere un peso.

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Gian Piero Ventura è ancora alle prese con il 3-0 incassato al Bernabeu: “Esagerate le critiche alla mia Italia, vista la Juve di Barcellona? Fate voi le vostre riflessioni. (…) Vogliamo lasciare una Nazionale competitiva, e possibilmente competitiva negli anni. Stiamo facendo uno sforzo per lasciare un’eredità, per lasciare qualcosa che prima non c’era, perché quando sono arrivato c’era un gruppo un po’ avanti con l’età. Ma per riuscirci serve un coinvolgimento generale, un continuo scambio di rapporti e di conoscenze. Senza il risultato sportivo, non si va da nessuna parte, lo so bene che è prioritario, conoscono e accetto le regole del gioco, so di essere legato al risultato del campo, ma vorrei poter parlare anche di altro. Perché attraverso l’altro si raggiungono i risultati sportivi. Va capito cosa cerchiamo di fare, cosa stiamo cercando di portare avanti. Il progetto è cominciato 12-13 mesi fa, e ne saremmo tutti orgogliosi se riuscissimo a portarlo a termine. (…) Se attraversassimo un momento felice, di grandissima qualità individuale, avremmo meno problemi e invece stiamo attraversando un momento particolare. Abbiamo perso con la Spagna, e mi dispiace, ha perso anche l’Under 21, la Juventus. E la Roma ha sofferto tantissimo. Dobbiamo lavorare, non possiamo paragonarci a loro, il gap va colmato attraverso le conoscenze. (…) Ogni giocatore ha la propria password, e se la trovi si dona completamente. Ma in Nazionale con poco tempo è davvero difficile, devo avere pazienza e provare a trovarla nel minor tempo possibile per fargli colmare il gap con giocatori più forti e di qualità”.


La Spagna, scrive Darwin Pastorin, è Nazione di fútbol e di grande letteratura calcistica (che campioni Cela, Marías, Montalbán e Aramburu!). Ma Darwin è il solito fuoriclasse e lascerò a lui il piacere di rendere letteraria la rivalità con le Furie Rosse. Io, ora, preferisco concentrarmi sulla parole del nostro ct. Che, secondo me, ha sbagliato. Ha sbagliato qualche scelta, a Madrid, sicuro, ma è un altro l’errore che colpisce, oggi: lo scaricabarile. La Spagna è forte, fortissima, difficile negarlo, ma lo stesso coraggio che ha portato Ventura a scegliere di giocare all’attacco contro la squadra di Lopetegui avrebbe dovuto animarlo nell’assunzione di qualche responsabilità. Poco più di anno fa, l’Italia di Conte eliminava gli spagnoli da Euro 2016 con enorme personalità e lo stesso, in primavera, faceva la Juventus di Allegri in Champions contro il Barça. Abbiamo perso al Bernabeu per colpa di Ventura? Possibile, ma non è questo il punto. Proviamo a concentrarci sul’atteggiamento: se vogliamo diventare grandi, è giusto, anzi, sacrosanto, giocare davvero a calcio per continuare il percoso di crescita intrapreso nella ricostruzione post Conte. Certo, sarebbe stato un segno di resa, forse addirittura di vigliaccheria, andare a Madrid per limitare i danni. Allora, perchè queste parole? Dopo il “loro sono extraterrestri” (sembrava già un ridimensionamento sufficiente, per le ambizioni di una Nazionale da rendere “competitiva, e possibilmente competitiva negli anni”), pare quasi che il ct aspettasse solo la sconfitta di un’italiana in Spagna per scaricare di nuovo e definitivamente le responsabilità di un risultato tutto sommato sopportabile su movimento, mentalità (qui, qualche reponsabilità ce l’avrà pure), tempi risicati, scie chimiche e piombo nei vaccini.
Nonostante le tante critiche piovute addosso a squadra e tecnico dopo il tracollo di Madrid, io resto convinto della bontà del lavoro di Ventura. Scrive Beccantini: “Visti i risultati complessivi, e ribadito che nella vita c’è di peggio, sarebbe opportuno che qualcuno chiedesse scusa a Ventura, lapidato dopo Madrid. Comincio io”. Sottoscrivo in pieno ma, se potremo (e dovremo) lavorare su intensità e schemi, mentalità vincente e coraggio li acquisiremo solo capendo che il modo di accettare ed elaborare una sconfitta è importante almeno quanto la gestione di una vittoria. Sarebbe stato meglio il vecchio catenaccio, più consono al nostro dna, come teorizzato da Brera e ribadito da Caressa? Può darsi, ma il coraggio di giocare all’attacco non dovrebbe diventare un peso, al contrario di una remissività che sembra quasi dire: “Con questi giocatori, meglio di così non possiamo fare”. Difficile creare una squadra vincente, nella testa prima che in campo, senza una guida in grado di parare i colpi dall’esterno. A meno che non decidiamo di andare in Russia puntando ai quarti di finale.

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