Il dio gracile.

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Loki amava intrattenersi con gli esseri umani. Soprattutto le umane, inutile negarlo, ed era una cosa che gli riusciva piuttosto bene. Per questo, quando vide quel gruppo di strani personaggi vestiti di blu, non capì subito l’impulso improvviso e potente di unirsi a loro. Non ne conosceva la lingua, ma poteva comunicare con le loro menti, era un gioco da ragazzi. Trovò poco, in quel groviglio di pensieri, ma un’immagine lo colpì con la forza del martello del suo fratellastro: gli uomini azzurri, a quanto pareva, la chiamavano “velina”. Non ne comprendeva del tutto il significato, ma il suo aspetto giustificava in pieno l’irresistibile richiamo di quella banda sgangherata e vociante. Doveva agire in fretta. Non lo avevano ancora visto, erano in fila, con le loro gambette nude, accanto ad altri uomini, con pensieri e parole più simili a quelli che gli erano familiari da millenni. Questi erano vestiti di giallo, però. Poggiò una mano sulla spalla dell’uomo azzurro più vicino. Il piccoletto si girò. Loki, in quegli occhi che si spegnevano, vide un’alta torre metallica, un fiume, delle lunghe pagnotte trasportate sotto braccio dagli abitanti della città dove quel ragazzino sembrava vivere. Poi, lo guidò verso l’esterno e si insinuò nelle menti di tutti i presenti con le sembianze dell’uomo azzurro che pensava alle pagnotte. Tutto ciò che vedeva e che percepiva gli risultava alieno, ma si limitò a seguire i suoi “compagni” fino a un vasto prato nel bel mezzo di un teatro gigantesco. Sopra di lui, le stelle. Tutto attorno, le urla degli spettatori. Che fosse una sorta di battaglia rituale? E, per Odino, cosa diavolo era la sfera di cuoio che quei trogloditi si passavano usando i piedi? Loki intuiva che avrebbe dovuto mostrare maggiore entusiasmo, ma solo Thor ubriaco di idromele era in grado di farlo sentire più smarrito e disgustato. Finse di correre, diede qualche calcio alla sfera, poi, tutto finì: un vecchio privo di capelli gridava il nome dell’ometto che stava impersonando e lui, che non poteva essere così stupido, in quanto dio degli inganni, capì che tutti si aspettavano di vederlo correre verso l’uomo calvo. Che fosse il capo di quegli uomini azzurri? Possibile. In fondo, indossava i medesimi colori. Loki incrociò un altro piccolo uomo azzurro. Nella sua mente, vide un vulcano, il mare e un uomo, un capo senza capelli (doveva essere una caratteristica importante, per i leader di questo popolo). Percepì una parola “Immortale“, ma non la comprese. Il capo vestito di azzurro lo abbracciò e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Loki non sapeva cosa significassero le parole: “Belin, Verratti, te devi giocare nell’Arenzano, mica ai Mondiali!“, ma il tono di scherno celava appena un oceano di rabbia. Nella mente dell’uomo senza capelli, vide un altro mare, una pietanza verde e la sensazione di una lunga estate di vacanza. Ma Loki era stanco. Stanco di farsi prendere in giro da quegli ometti solo per arrivare a “velina”. Stanco di sentirsi basso e sudato. Stanco di quell’inutile prato. Si insinuò nella mente di quel capo pronto al riposo, gli sussurrò qualcosa che percepiva come minaccioso: “Insigne mettilo interno di centrocampo, mi raccomando” e svanì come nebbia.

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