Ma perché giocava Camoranesi?

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In un bel pezzo per l’Ultimo Uomo, Mattia Pianezzi si interroga sul mistero Camoranesi: campione del mondo 2006 e protagonista in bianconero, oggi sembra un fantasma, per il calcio italiano. Vediamo il suo cammino azzurro:


La parabola di Mauro Germán Camoranesi sembra quella di un outsider, mentre la sua carriera e i suoi trofei dicono tutt’altro. Tre volte campione d’Italia (anche se due scudetti sono stati revocati), finalista di Champions League, uno dei campioni del mondo-ombra del 2006: Camoranesi è stato uno dei protagonisti del calcio italiano tra il 2000 e il 2010. Eppure non è annoverato, non è ricordato, non è celebrato. La sua definizione rappresenta uno dei misteri rimasti insoluti negli anni 2000.
In parte è possibile che sia per il suo strano caracollare per il campo, come se si mettesse a correre appena sceso dal letto, o forse per uno stile di gioco inclassificabile: né ala pura, né trequartista, né mezzala ma a metà di tutto questo. Camoranesi però non era indisciplinato, altrimenti non avrebbe vinto da titolare un Mondiale in una delle squadre con la migliore fase difensiva della storia. Voleva però che il pallone rispondesse ai suoi modi e alla sua velocità. Uno strano tipo di indolenza, che poteva sfociare in momenti di autentica pazzia.
Col suo codino da Samurai, l’occhio vacuo e una carriera indefinibile, Camoranesi è stato uno dei giocatori di culto del recente passato del calcio italiano. Più ci si avvicina alla sua storia e meno si capisce chi fosse davvero.
Grazie al nonno marchigiano e alla miopia di Bielsa che non lo considera per la Nazionale argentina, Camoranesi viene convocato dall’Italia nel 2003 da Trapattoni. Continua a far parte del gruppo degli azzurri per diversi anni. Lippi, che già lo conosceva dalla Juventus, lo convoca per i Mondiali del 2006. Gioca cinque partite, comprese la semifinale e la finale.
Al 28’ della partita contro la Germania Camoranesi si prende gioco di Lahm facendo uno stop meraviglioso e puntando uno dei giocatori più importanti della Germania dei successivi dieci anni, costringendolo al fallo sul lato corto dell’area di rigore; poi, da terra, chiede a qualcuno di entrare in area sul primo palo, lucidissimo, non in trance agonistica, perfettamente in equilibrio.
Dopo tre minuti altro lancio di Pirlo, altro controllo che costringe Lahm a mettere in angolo. Durante tutto il match gioca come una sorta di esterno alto aggiunto, ma cerca poco in area Luca Toni, incompreso in quella partita, in cui gli viene fischiato praticamente anche il respirare troppo vicino agli avversari (la croce degli attaccanti giganteschi). Al 34’ Lahm vince il suo primo duello con Camoranesi, cadono insieme oltre la linea di fondo (rimessa dal fondo per i tedeschi) e Camoranesi non gli da la mano, provocando i fischi del pubblico. Dopo un match passato a riciclare palloni difficilissimi e a cercare di dare un’alternativa alla catena Totti-Perrotta-Grosso, all’89’, Camoranesi si esibisce in un intervento a forbice a centrocampo completamente immotivato su Kehl che, forse, gli costa la sostituzione per Iaquinta all’inizio dei tempi supplementari.
La notte prima della finale Camoranesi non riesce a dormire. «A un certo punto entro nella stanza di Ferrara che mi dice: “Sono al telefono con Diego” ed io gli rispondo: “Salutamelo, digli che voglio parlargli” e me ne vado, pensando a uno dei soliti scherzi di Ciro. Dieci minuti dopo lo vedo con il telefonino in mano e me lo passa. “Stai tranquillo che domani diventi Campione del Mondo, dormi sereno” Era Maradona, non ci potevo credere. Io Diego non lo conoscevo, non gli avevo neanche mai parlato. È stata una delle emozioni più grandi che abbia provato».
Prima della finale, come in tutte la altre occasioni, Camoranesi non canta l’inno, faccenda pruriginosa diventata poi di interesse nazionale: non cantare l’inno è grave, ma un oriundo che non canta l’inno sembra ancora peggio. La conferma che non ha nessun senso d’attaccamento alla maglia.
Interrogato sul tema, Camoranesi glissava con un senso di superiorità da irregolare: «Io non lo so, non canto neanche il mio». In una partita difficile e agonistica come può essere una finale Camoranesi gioca con foga, ferma in tackle uno Zidane spiritato, si perde Henry, e dopo un’ora di gioco appare stanco, con i calzettoni abbassati per il dolore ai polpacci. Al 74’ rischia una stupidaggine perdendo un pallone sciocco e andando con disattenzione al recupero su Abidal, procurando ai francesi un corner corto. Dodici minuti dopo viene sostituito da Del Piero. Quei momenti in panchina, a mezz’ora dalla conquista sofferta del titolo, li ricorda con ansia: «Mi ricordo, vedevo il trofeo in mostra di fronte a noi, e gli altri sul campo».
Al termine della partita è l’ultimo a raggiungere i suoi per festeggiare perché sta rincuorando Trezeguet. Subito dopo aver festeggiato la sua capigliatura da samurai con crocchia e nastro bianco a tenerla ferma viene tagliata da Oddo, passato alla storia come barbiere dell’Italia 2006.

È proprio all’ombra della nazionale, di questa nazionale, che ci si chiede ancora a maggior voce: ma perché giocava Camoranesi? Perché proprio lui e non qualcun altro nel suo stesso ruolo in quell’Italia da ascesa di un impero?


Chi è, da dove arriva, perchè abbiamo rimosso Mauro Germán Camoranesi?

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