L’ultimo Pablito

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(Immagine: 11 maggio 1985, stadio San Paolo di Napoli, Italia-Cina, l’ultima di Rossi in azzurro)


Ernesto Consolo racconta gli ultimi passi della corsa di Paolo Rossi nel mondo del calcio, in un bell’articolo su Soccernews24. Vediamo, qui, il suo canto del cigno con la Nazionale.


Nell’estate del 1985, Pablito lascia Torino per passare ai travagliati rossoneri di Giussy Farina. Gli infortuni lo bloccano, ma lui “Freme, vuole giocare. Non solo nel Milan: “L’astinenza deve finire. E aspetto la Nazionale. Se non possiamo rivincere il titolo, almeno ripetere Baires ‘78“. La sua stagione non decolla, i problemi fisici lo tormentano, ma a dicembre segna due gol all’Inter: “Mi sembra passato un secolo dall’ultima doppietta, non la ricordo proprio. E chi mi dava per cotto, è servito”. Tutto s’incastra alla perfezione. Sono anche i giorni del sorteggio del Mundial“. Ma le cose non girano, la società rischia il fallimento e gol nel derby, anche se ancora non può saperlo, resteranno gli unici realizzati in campionato con la maglia del Milan. Si parla addirittura di un suo passaggio al Real Madrid, ma la cosa rimane nel campo del fantamercato. Comunque, “la convocazione per il Mundial non è in discussione. “Sono di nuovo nel giro azzurro. Io non mi sono mai visto fuori. Qualcuno sì e magari adesso ci sta male”. (…) A Udine contro l’Austria si riappropria della maglia azzurra dopo un anno. Da quel rigore al Portogallo (un’amichevole vinta 2-0 ad Ascoli Piceno, ndr). Si fa male dopo venticinque minuti. Ha la caviglia gonfia e salta il derby di ritorno“. Il finale di stagione è disastroso, sia per Pablito che per il Milan: “Non ci vogliono gli altri per dirmi che non sono più quello di una volta . Lo capisco da me. Lo vedo. Mi manca quel po’ di velocità, di scatto in più. Arrivo sempre ad un passo da… a un pelo da… Non ho mai avuto un fisico per durare molto. Ma soprattutto ho avuto troppi incidenti e li ho avuti troppo presto. Da ragazzo ho dovuto fare a meno di tre menischi. Le mie ginocchia sono deboli, quasi vuote. Non è facile in queste condizioni. Ma mi illudo che non sia così. Il Milan del neo patron Berlusconi lo invita a cercarsi un’altra sistemazione, sembra possa appodare al Monaco: “Lui parla con la testa china come se confessasse qualcosa, ma il tono è diverso: “Sono disposto ad andare in Francia, ma in una città di mare. Prima della Spagna ero in una situazione terribile. Venivo da anni di non gioco, solo un paio di partite. Dovevo recuperare credibilità, senso agonistico, fiducia, fiuto del gol. Molto. Oggi la mia situazione è diversa, più tranquilla. Faccio parte dei ventidue. È il mio terzo Mundial in paesi di lingua spagnola. Sarò ancora una volta Pablito”. Si va a Villa Madama a far visita al presidente del Consiglio, Bettino Craxi: “Paolo Rossi, da lei mi aspetto miracoli”. Nell’amichevole contro la Cina, anche se con circospezione, la stampa lo boccia. Arriva la notizia che il passaggio al Monaco è saltato. Pablito sembra sereno, disinvolto. Sfodera il sorriso acquiescente, ma è una furia: “Ho imparato subito una cosa: che ti spremono e poi ti buttano via, senza problemi. Del mio passato non rimpiango una sola mia decisione. Tranne l’aver scelto Perugia. Ma fui quasi costretto. Non credo che direi sì al Napoli. Non me ne voglia la gente. Ma ho un assoluto bisogno di stare per conto mio. A Torino e a Milano l’ho potuto fare. E non sono così disperato da dover scegliere di andare dove non voglio”. Viene svenduto al Verona: “Adesso mi sono messo il cuore in pace”. È il preludio alla resa incondizionata. Pranza con Galderisi, proprio quello che gli ha appena tolto il posto al Milan“. E in Nazionale.


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(Immagine: 31 maggio 1986, Paolo Rossi e Sebino Nela durante la cerimonia inaugurale del Mundial messicano)


Si sale su un jumbo -prosegue Consolo- e si arriva a Puebla, duemila e duecento metri sul livello del mare. In Messico la sua fama è intatta perchè i quattro anni intermedi non contano. Firma gli autografi. Conosce le nuove regole d’ingaggio e sa di non avere il posto assicurato. Ci sono le giornaliste del “Sol de Puebla”, quelle che sembrano fotomodelle. È il 19 maggio, c’è la prima partitella al Centro Deportivo: segna proprio lui. E il giornale messicano lo descrive così: El Bambino anotò un hermoso gol tirandose una palomita de fotografia. (“Il Bambino ha segnato un gol con una palombella da incorniciare”). In realtà è stato un colpo di testa ravvicinato. “Per ritrovare il gusto di vincere bisogna perdere. A me è successo”. Bearzot dice che vale la pena aspettarlo anche se è in ritardo di preparazione. Il 25 maggio gli azzurri giocano un’amichevole contro il Guatemala. Lui in campo dall’inizio. Il numero 20 sulle spalle è solo una coincidenza alfabetica. Pochissimi palloni toccati e tutti innocui. Spreca subito un assist. Dopo dieci minuti viene fischiato. Improvvisamente non riesce a dialogare con compagni con i quali lo lega una lunga militanza comune. Esce a fine primo tempo per Galderisi. Ma Pablito continua a definirsi in progresso, in gran forma . E il professor Vecchiet conferma. Anzi dice che a Vigo stava peggio.


Prima dell’esordio con i bulgari, c’è un’altra partitella. Cinquanta minuti in cui Pablito sbaglia tre gol su quattro, ma si muove meglio. E proprio Galderisi s’inceppa. Tanto che Bearzot dice : “Ricordo sempre la partita col Perù in Spagna. L’ho sostituito e me ne sono subito pentito. Lo vedo in netto progresso”. Sembra favorito per la maglia di titolare. “Della partita non si parla mai, fingiamo di ignorarla. Si fanno le solite cose. Scopri la tensione nelle piccole manie che si moltiplicano. Per me, che ho fatto tre mondiali, la vigilia è sempre segnata dalle storie che ti porti dietro. Io sono più tranquillo che in Spagna, meno entusiasta che in Argentina”. All’Azteca l’attesa sta per finire. Sono le undici e venti del mattino, in Italia quasi sera. Enzo Bearzot viene fuori dal sottopassaggio. Poi accende la pipa e annuncia la formazione: Paolo Rossi non c’è. Neanche in panchina. “Giocano i più in forma”. Silenziosamente è accaduto un fatto deflagrante. In meno di un mese è stato depredato della maglia del Milan, del posto fisso in Nazionale e di qualcos’altro che non si vede. Sembra caduto in una strana indolenza. ”Io mi voglio molto bene. Da giovane me ne volevo meno. Significa che non ho nevrosi. Ho imparato a fare il contrario dei miei genitori che sono molto apprensivi. Noah si voleva suicidare perché aveva paura di non ripetere un grande exploit . Io non vivo nella paura di non saper ripetere la Spagna e di notte dormo bene”. Tutti i giorni Bearzot gli spiega che conta sul suo recupero e le ragioni che lo inducono a una soluzione alternativa. Lui soffre l’altura , i cambi di fuso e di clima. Il drappello dei giornalisti non fiata. Nessuno se la sente di profanare Pablito. Che a un certo punto non ce la fa più: “È stato come prendere un pugno. Io non sono così ingenuo da credere che giocherò ancora per molto. Quando dicono che in Italia uno può durare di più, sbagliano. Almeno non credo sia il mio caso. Troppo stress, troppe partite. Soprattutto con avversari che non sono mai scadenti. Troppe seccature anche. Non sopporto di non dover essere libero, di non avere tempo per me. Di essere rincorso dalla gente. Queste cose non rientrano nel prezzo della celebrità. Bisogna dire no, essere scorbutici , forse maleducati, ma il diritto a scegliere come e con chi vivere è sacrosanto. E non sorrido meno. Ma sorrido a chi mi pare a me. Essere ricchi non deve significare vivere inciampando sempre negli altri. Sono stanco dei giornali sportivi che ogni giorno chiedono anche quando non c’è niente da chiedere. Dei rapporti di fiducia che non ci sono più. Di non dover dichiarare nulla, altrimenti l’indomani ti ritrovi sbattuto in prima pagina in faccende in cui non c’eri. Nessuno di noi dice più cose serie, perché alle cose serie nessuno presta più attenzione”.


Lo chiamano “Paolo”, adesso, come un esordiente, come uno di cui non ci si può fidare. Nelle partitelle Bearzot lo sposta: prima con la “squadra dei blu” , poi coi “gialli”. Lui non segna. Con la Corea serve la terza punta: è diventata Aldo Serena. “Sapevo che avrei dovuto fare la riserva. Bearzot mi aveva avvertito che c’era qualcuno in migliori condizioni fisiche. Non ero e non sono d’accordo, ma tale è il mio affetto, la stima e il debito di riconoscenza per Bearzot che ho accettato in silenzio”. Nell’ottavo di finale contro la Francia qualcuno è costretto a ricordarlo. Almeno per un attimo non è più un ex. Esce dal perimetro di quell’albergo e dal ruolo di mite impiegato di concetto al quale sembra relegato. Accade pochi minuti dopo il gol di Platini: sulla respinta corta della difesa francese, tiro dal limite di Vierchovod e palla gol per Galderisi a due metri dalla porta. È la medesima azione del terzo gol di Pablito al Sarrià. Per la cronaca, Galderisi sbaglia. Finisce un Mondiale che non è nemmeno cominciato. E non solo per lui. Poche partite e ancor meno polemiche. “Ho sofferto tantissimo: il raduno a Roccaraso, poi i lunghi pomeriggi del ritiro. Nulla da fare, gli improvvisi vuoti di una partita che non giocavo più”. E quel temporale tutte le sere: “Dei compagni forse rimpiango Bellugi. È stata un’esperienza sfortunata. Ma il fascino del Mundial è anche questo: lo aspetti per quattro anni e poi non giochi. Bearzot mi ha preferito Galderisi: ha fatto benissimo. Anche se questa decisione mi ha portato molti dispiaceri. Non credevo mi pesasse così tanto. Sarei uno stupido se dicessi che gli assenti hanno sempre ragione. Io mi sento uno sconfitto insieme a tutti gli altri. E poi la Spagna era irripetibile. Forse è tempo che qualcuno si autoescluda dalla nazionale come fanno all’estero. Il calcio consuma. Io stesso pensavo di essere a posto . Arrivato in Messico, ho scoperto di no. Ora si ricomincia. Ma a mezzo servizio non m’interessa”. Se sai che può essere l’ultima, te la vuoi giocare fino in fondo. Lo chiamano per la partita di Pasadena tra Resto del Mondo e Americhe. “Ci saranno state parecchie defezioni”. In attacco con Belanov e Rochetau. C’è un bell’assist di Magath e Pablito incrocia col destro al volo. Ne parla mezzo mondo“.


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(Immagine: l’azzurro spento di Pablito in Messico)


Archiviati Milan e Messico, Rossi si trasferisce a Verona: dovrebbe essere l’occasione per rinascere, sarà il capolinea. “Non mi reputo ancora superato come centravanti -dice-. Mai come quest’anno mi sono sentito così caricato. Ho quindi intenzione di affondare i colpi e non mi considero out per la maglia della Nazionale”. Ma il fisico non regge, stringe i denti e segna poco. A fine stagione, dopo aver contribuito alla qualificazione in Coppa Uefa degli scaligeri, si ritira. “Lo chiama un giornale e gli fa una proposta -conclude Ernesto Consolo-: andare al Sarrià per presentare la partita Espanyol-Milan. Proprio nello stadio dei tre gol al Brasile. Lui accetta. Poi c’è uno sciopero e rimane per cinque ore chiuso in aeroporto.

Forse la miglior partita della mia vita è stata in quell’Under. Con Giordano numero 9 e Garritano con l’11. Io avevo il numero 7”.” La fine malinconica di uno dei centravanti più preziosi e poetici del calcio azzurro. Straordinario, Paolo Rossi.


 

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