Meazza era una luce sul campo

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Da Meazza e Valentino Mazzola a Maradona, Pelé, Cruyff, Ronaldo e Messi: chi è il migliore?
Ogni paragone tra calciatori di generazioni diverse è sempre forzato. Sono cambiati la velocità, i palloni, i campi, le scarpe, il contatto fisico. Oggi il ritmo è frenetico, una volta si congelava il gioco. Però non è giusto che in questi confronti venga sistematicamente ignorato il calcio prima della televisione, forse perché i filmati dell’epoca non rendono giustizia ai giocatori, che sembrano tutti “Ridolini”“.


Invece?
Invece era uno sport durissimo: terreni infami, palloni pesantissimi, avversari che spesso rompevano le gambe nel vero senso della parola. Peppino Meazza, per intenderci, merita eccome che gli sia stato intitolato lo stadio di San Siro e non solo perché è stato un grande milanese“.


Come lo descriverebbe?
Come una luce sul campo: lanci di trenta metri, pallone che cadeva perfettamente davanti al compagno, pronto da giocare. Negli allenamenti del giovedì piazzava una berretta col pon-pon sulla traversa, tirava da fuori area e nove volte su dieci la spazzava via. Diceva Gipo Viani che un passaggio di Meazza arrivava prima e aspettava solo di essere calciato. Era un leader“.


Ma il fòlber, come veniva chiamato il calcio degli Anni Trenta storpiando la parola inglese football, era molto casereccio.
Questa è una semplificazione. Per me Meazza era al livello di Maradona, sia pure a fiammate. Se vinse soltanto, si fa per dire, due Coppe del Mondo, due Coppe Internazionali e due scudetti, è perché in Coppa Europa, l’equivalente della Champions League di adesso, i giocatori italiani facevano di tutto per farsi eliminare subito. “A fine campionato – mi raccontava Peppino – noi volevamo andarcene in vacanza“. Lui parlava in dialetto, ma era di un’intelligenza raffinata. Anche Rocco, del resto, parlava nel suo dialetto, di Trieste. E anche lui era un uomo d’ingegno“.

 

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