Gigi Meroni non è morto

Secoli di poesia
e siamo sempre
al punto di partenza“.

(Charles Bukowski)


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(Immagine: Meroni in Nazionale, con Gianni Rivera)


Il 15 ottobre del 1967, se ne andava un poeta ribelle e romantico del nostro calcio (anzi, no, del calcio tout court): Gigi Meroni, la farfalla granata.


Quello con l’Azzurro fu un rapporto complicato: il mondo del calcio è conformista e conservatore, la Nazionale rientra tra i dogmi da rispettare, ma Meroni si offre come eretico alla stampa sportiva a caccia di streghe da bruciare sul rogo. Alla prima chiamata in Nazionale B, nel 1964, il supervisore Edmondo Fabbri gli chiede di tagliare i capelli e il fantasista acconsente. Nell’aprile del’anno successivo, convocato per una partita con la Polonia (con la Nazionale A), subisce un massacro mediatico, reo di aver disonorato il Paese (pur senza aver giocato) con il suo look dissacrante, originale, bizzarro: Il Tempo arriva a definirlo un pagliaccio. Fabbri si vede costretto a chiedergli nuovamente di sistemare l’acconciatura ma Gigi questa volta rifuta, perchè: è un attentato alla vita privata. Non è questione di capelli o gusti musicali, è questione di libertà. Durante i fallimentari Mondiali del ’66, gioca solo contro i sovietici e non prende parte alla disfatta contro la Corea. Nonostante ciò, al ritorno in Italia diviene il bersaglio preferito della critica.


Eppure, Gigi Meroni era un genio, un artista del pallone, uno che, con un po’ di fortuna, avrebbe potuto diventare decisivo per l’Azzurro, negli anni a venire. Non sapremo mai, per esempio, come sarebbe andata in Messico, quattro anni dopo il gol di Pak Doo-Ik, con un Meroni ventisettenne in campo. Ma, come scrisse Piero Vietti sul Foglio, lo scorso anno, la farfalla granata non muore mai. “C’è un gol –spiega Vietti– che dice tutto di Meroni. Lo segnò all’Inter, a San Siro. I nerazzurri non perdevano in casa da mesi, e la notte prima Meroni era stato sveglio fino all’alba, sotto la pioggia, a discutere con Cristiana. Quando la mattina dopo il suo compagno di stanza Natalino Fossati gli chiese come avrebbe fatto a trovare le forze per giocare dopo una nottata insonne Meroni sorrise: “Vedrai oggi che cosa ti combino“, rispose. Quando stoppò quel pallone dentro l’area, tutti pensarono che avrebbe perso l’equilibrio. Gli chiudeva lo specchio della porta un certo Facchetti, non uno qualsiasi. Gigi barcollò, un metro fuori dall’area piccola, vicino all’angolo sinistro. Face due passi indietro, e poi lasciò partire un pallonetto di destro che superò Facchetti e andò a infilarsi nell’angolino di destra. Il portiere dell’Inter si limitò a guardare. Una parabola che non si poteva spiegare, eppure vera. Come la sua vita“.


Tutto poetico, meraviglioso e, al tempo stesso, complicato, spesso doloroso. Ma c’è questo ricordo di Candido Cannavò che rivela quanto Meroni, nonostante le difficoltà, si divertisse con addosso la maglia Azzurra: “Giacinto, dammela qui la palla, qui al Gigi, sul baffo“. Chiedeva palla su rimessa laterale di Facchetti, durante una partita della Nazionale, e lo faceva giocando.


 

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