Bonimba: “Vorrei rigiocarla con Rivera, quella finale”

Italia-Germania 4-3? Non è stata solo una partita, è stato un evento collettivo, storico, roba da sociologia, mica solo sport. Noi ovviamente eravamo solo ragazzi e non avemmo la percezione reale di cosa stavamo vivendo, lo capimmo solo dopo, al nostro ritorno in Italia. Non era calcio, era di più“.

(Roberto Boninsegna)


Schermata 2018-10-16 alle 12.04.51(Fonte: OldFootballPhotos)


Roberto Boninsegna, detto Bonimba, è uno -per usare le parole di Gianni Mura– “che è passato alla storia (del calcio) come simbolo di forza e coraggio, sturm und drang, un satanasso. Però di tecnica ne aveva, e tanta, visto che segnava in tutti i modi, quasi sempre di potenza, e da tutte le posizioni“. Un attaccante incredibile, capace di prodezze incredibili (ricordate il monologo di Stefano Accorsi in Radiofreccia?), un simbolo del calcio anni ’60/’70, quello dal “volto umano” che tanto accende la nostalgia di noi sentimentali. E, se leggerete la bella chiacchierata con Mura (“70 anni da Bonimba”, la Repubblica, 4 novembre 2013), di cui riportiamo le battute dedicate alla Nazionale, scoprirete una persona intelligente, mai banale. Qualcuno da ricordare.


Schermata 2018-10-16 alle 16.29.37.png

(Immagine: la gioia per il momentaneo 1-1 al Brasile, Mexico ’70)


I GOL: “Il più bello al Foggia, in rovesciata. I più importanti in Messico: l’1-0 alla Germania, ma sono anche fiero dell’assist a Rivera per il 4-3, e il temporaneo 1-1 col Brasile. Nell’intervallo eravamo convinti di farcela, bastava che Valcareggi mettesse dentro Rivera al posto di Domenghini che non stava più in piedi. O meglio, che Rivera giocasse dall’inizio. Abbiamo regalato al Brasile il Pallone d’oro nella partita più adatta a lui. E senza staffetta. Mi piacerebbe rigiocarla con Rivera, quella finale“. LA PANCHINA: “Forse è stato un errore rimanere nove anni fuori dal calcio, ma volevo godermi la famiglia. Poi ho fatto per 13 anni il ct dell’Under 21 di C. Meglio che fare l’allenatore, perché da selezionatore se un giocatore rompe i coglioni non lo convochi più, mentre da allenatore te lo devi tenere almeno un anno. Ho scovato gente come Toldo, Abbiati, Amelia, Fortunato, Barzagli, Iuliano, Bertotto, Di Biagio, Iaquinta, Montella e Toni, che era riserva nel Fiorenzuola e che chiamavo sbrindellone caracollante. Mi aspettavo qualcosa di più dalla federazione ma non mi lamento, so di essere stato un privilegiato“. BRERA: “Bonimba lo devo a Brera. A San Siro gli ho chiesto perché. Perché hai il culo basso e quando corri mi ricordi Bagonghi, nano da circo. Ho incassato guardandolo come per fargli capire che coi miei 176 centimetri ero più alto di lui. Poi Brera scrisse sul Giorno, più o meno: è inutile che Bonimba mi guardi dall’alto in basso, nano l’ho battezzato e nano resta. Un nano gigante, però“.


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