Cronistoria sentimentale (seconda parte: la brillantina di Meazza)

L’Italia (…) lo trascurò grandemente: Pozzo, in fondo, anche se aveva avuto modo di allenare già nel ’12, e di veder giocare atleti della preistoria del calcio, come De Vecchi e Caligaris, è morto “tardi”, il 21 dicembre ’68. Eppure, non è mai andato alla Domenica Sportiva. La DS. Strano che Tortora non ci abbia mai pensato: oppure ci ha pensato ma glielo hanno impedito. Pozzo, da parte sua, racconta il figlio Alberto che ha dedicato la vita alla difesa delle memorie del padre, non aveva mai posseduto un televisore“.
(Corrado Sannucci)


Schermata 2018-11-11 alle 19.19.36(Vittorio Pozzo portato in trionfo dagli Azzurri dopo il trionfo di Roma, nel ’34)


Nel maggio del 2010, Gianni Mura, nel centenario della prima gara Azzurra, pubblicò su la Repubblica una bella cronistoria sentimentale della Nazionale di calcio. Ieri, ve ne abbiamo proposto la prima parte, oggi proseguiamo con l’epopea degli Anni ’30.


E veniamo a Vittorio Pozzo. Durante la guerra era stato capitano degli alpini e si racconta che caricasse la squadra con canzoni patriottiche. No, secondo lui. Solo una volta aveva portato la squadra tra le lapidi di Gorizia e Redipuglia. Parlava cinque lingue, era impiegato alla Pirelli e dalla Federcalcio non volle mai una lira. Era anche giornalista alla Stampa e dai mondiali (cosa oggi impensabile) dettava i suoi pezzi. Mezzora dopo la partita si metteva a scrivere, poi dettava.
Pozzo è una figura fondamentale del vecchio calcio, quello raccontato da Nicolò Carosio (cominciò nel ’32). Fu in panchina dal 1929 al 1948, e nel primo decennio vinse due mondiali (’34 e ’38), un’olimpiade (’36) e due coppe internazionali (’30 e ’35). Parlano i numeri: 87 partite, 60 vittorie, 16 pareggi e 11 sconfitte.
Calcisticamente, Pozzo non inventò nulla (giocava secondo il “metodo”, non si adeguò al “sistema”) ma conosceva bene i suoi calciatori, il suo gruppo, e si fidava molto della vecchia guardia. In particolare, di calciatori piemontesi, veneti e lombardi, anche se uno dei suoi pupilli, Attilio Ferraris, era romano. Andò a ripescarlo in un bar alla vigilia dei mondiali del ’34. Fumava quaranta sigarette al giorno. Promise di scendere a tre, lo fece e Pozzo lo convocò. Sempre in un bar, ma di Torino, era andato a convincere il portiere Combi, che aveva cessato l’attività.
Sul titolo conquistato in casa, storia vecchia, pesa l’ombra della vittoria di regime. Dopo l’1-1 e i supplementari con la Spagna del grande Zamora, che con le sue parate evitò la sconfitta, c’era da rigiocare il giorno dopo. L’Italia cambiò solo tre giocatori, la Spagna sette, compreso Zamora. Mano dolorante, fu la spiegazione ufficiale, ma sembra più probabile un favore all’Italia di Mussolini. Nell’Italia, titolari tre oriundi (Monti, Guaita e Orsi, suonatore di violino che giocava con un jolly tra calzettone e parastinchi) e saltuariamente De Maria.
Esordio largo, nel ’34, con un 7-1 agli Usa, poi 1-1 e 1-0 con la Spagna, 1-0 all’Austria e finale da crepacuore con la Cecoslovacchia che va in vantaggio al settantesimo, Orsi pareggia all’ottantesimo e gol decisivo di Schiavio al quinto pts. I cechi hanno colpito tre pali. I giocatori pensano di chiedere a Mussolini, come premio-vittoria, una tessera per viaggiare gratis sui treni, ma il terzino Monzeglio, fascista al cento per cento, s’impone: compiuta la missione, il premio sarà una foto con dedica del Duce. Mai arrivata.


Schermata 2018-11-11 alle 19.34.47(Lo splendore di Giuseppe Meazza)


Il simbolo della squadra era Meazza, capelli imbrillantinati e occhio languido, classe 1910, figlio di una fruttivendola, padre morto in guerra. Nell’Inter, che poi dovrà chiamarsi Ambrosiana, esordisce non ancora diciassettenne. “Cos’è, oggi giocano anche i bambini?”, brontola in spogliatoio Gipo Viani. “Sì”, dice l’allenatore Arpad Weisz, e manda Viani in tribuna e Meazza in campo. La sua specialità è il tocco sornione in porta sull’uscita del portiere. Non è alto, ma segna anche di testa. Non è un armadio come Piola ma sa farsi rispettare. E col pallone fa quello che vuole.


(Continua)


 

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