Italia-Portogallo, la Milano del Becca

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Evaristo Beccalossi, campione in grado di infiammare la San Siro nerazzurra ma non il cuore di Bearzot, lavora oggi -ironia della sorte- nello staff delle Nazionali giovanili. Per questo, VivoAzzurro.it lo ha intervistato, facendogli presentare la sua Milano, città ospite della gara con i portoghesi.


Ci racconteresti la Milano di quando facevi il calciatore?
Ho avuto la fortuna di vivere la Milano degli anni ’80, che era fantastica sotto oggi aspetto. Dal punto di vista calcistico il derby era veramente l’evento dell’anno, e per strada te lo facevano presente un po’ tutti: dal fornaio, al benzinaio, al macellaio. Era poi una città dallo spirito artistico. Nelle trattorie vicino ai Navigli si ascoltava la musica in dialetto, e poi c’erano i grandi locali come il Derby Club da cui sono usciti i vari Jannacci, Abatantuono, Teocoli ecc. Naturalmente c’era anche la Milano seria che lavorava; una grande città, comunque a misura d’uomo. Ho splendidi ricordi, a cominciare dall’atmosfera romantica creata dalla nebbiolina mattutina in Piazza Duomo.

E oggi invece?
Oggi si va tutti troppo di corsa. Qualche anno fa c’era più contatto tra la gente, e si è un po’ persa la milanesità. A livello estetico invece la città è stata ristrutturata in maniera meravigliosa e completa; ha mille sfumature e offre altrettante possibilità. Con un po’ più di verde ci sarebbe davvero tutto.

Qual è il tuo posto meneghino preferito?
Da anni abito in zona San Siro, ma rimango sempre incantato dal Duomo. Ho bisogno di vederlo, fermarmici davanti e contemplarlo anche per 5 minuti. Mi dà la carica…

Quando non eri impegnato ad allenarti, preferivi vivere la città di giorno o di notte?
Amavo la vita notturna, ma non tanto le discoteche, quanto più i locali della tradizione milanese. Ero un amante della musica. Mi ricordo che andavo al vecchio Quattrocento in via Ripamonti a tirare le tre e le quattro con gli amici, tra cui Enrico Ruggeri quando ancora suonava nei Decibel.

Passiamo alla sfera prettamente calcistica. Nonostante fossi un calciatore simbolo degli anni ’80, non hai mai giocato in Nazionale…
Da calciatore l’ho sempre accettato, anche perché devo già molto al calcio, e cerco sempre di apprezzare ciò che di positivo ho avuto dalla vita. Evidentemente era destino: ho fatto tutta la trafila delle giovanili azzurre, ma non ho mai giocato con la Nazionale A. Mi reputo comunque fortunato, perché certe emozioni le sto vivendo oggi con le giovanili dell’Italia; anche se non sono in campo a giocare, quando parte l’Inno di Mameli mi batte sempre forte il cuore.

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