I Non-Azzurri: quando Manfredonia buttò via (anche) i Mondiali

Potevano essere quaranta maglie azzurre. Purtroppo, sono rimasto a quattro perché nella spedizione nel 1978 in Argentina ho avuto qualche problema, per colpa mia, perché, essendo molto giovane, avevo un carattere molto impulsivo, e potevo aspettare un attimino il mio turno. Bearzot non me l’ha concesso, e poi nelle successive convocazioni non mi convocò più“.
(Lionello Manfredonia, Storie di Calcio)


Schermata 2018-11-27 alle 16.07.53.png(23 settembre ’78, Firenze: Italia-Turchia 1-0)


Forse sì, forse un calciatore così forte sarebbe arrivato (almeno) al Mundial di Spagna. Non lo sapremo mai. Di certo, come ha raccontato al blog IL PALLONE RACCONTA, ci sono la tragedia sfiorata a Bologna e un’altra brutta storia, il calcioscommesse. Iniziamo da quel 3: “Ricordo il viaggio Roma-Bologna con il Pendolino. Una scelta diversa dal solito, il treno non si prendeva quasi mai per le trasferte. Quindi, il ritiro, la preparazione della partita, cose normali, consuetudinarie. Poi, c’è un buco di due, tre giorni, quando mi sono svegliato dal coma in ospedale. Nei primi bollettini medici si è parlato di infarto, ma la diagnosi vera è arresto cardiaco. È andata così, senza che ci fossero segni premonitori. Quando ho riaperto gli occhi, la prima persona che ho visto è stato il mio amico ed ex compagno di squadra, Fulvio Collovati. In quei giorni, oltre ai miei famigliari, so che sono venute tantissime persone a farmi visita. Cabrini passò lì la notte di San Silvestro. Sono rimasto molto colpito da tanti gesti di amicizia e solidarietà. Non me lo aspettavo. Quella domenica faceva molto freddo ed io avevo un po’ di febbre. In più, avevo accumulato quantità enorme di stress, senza dimenticare che poco tempo prima era morta mia madre. Credo che sia stato un insieme di cause perché mai prima di quel giorno avevo avuto problemi cardiaci, né di altro tipo. Devo la vita al fatto che ci fosse un defibrillatore a bordo campo, fatto eccezionale per quell’epoca. E poi ai medici e massaggiatori di Roma e Bologna e ai dottori dell’ospedale Maggiore di Bologna, in particolare Giorgio Rossi, che mi ha praticato la respirazione a bocca a bocca, e il dottor Naccarella che mi ha attivato il cuore al quinto tentativo. Per fortuna, ho recuperato molto velocemente. Sono tornato a vivere presto. Sono rinato come persona, quello sì, ma sono morto come calciatore, purtroppo. Mi rode che mi abbiano impedito di giocare. Stavo benissimo, ero tranquillo e avevo una voglia matta di pallone. Mi hanno fermato i medici, ma io ero pronto a prendermi tutte le responsabilità pur di non smettere di giocare. Quello di Bologna è stato un episodio. Ho sempre fatto vita da atleta. Mai fumato né bevuto“.


Schermata 2018-11-27 alle 16.12.32(Immagine LazioWiki: Manfredonia nell’Under 21)

La carriera di Lionello sembrava destinata alle stelle: nel 1976, a vent’anni, l’esordio nell’Under 21 e, l’anno dopo, arriva già la chiamata di Bearzot nella Nazionale maggiore. Invece no: giocherà in Azzurro soltanto quattro partite, la prima contro il Lussemburgo (3 dicembre 1977), da libero. Nel 1978, Manfredonia si ritrova addirittura tra i convocati per il Mondiale argentino, ma ha solo ventidue anni e, come spiega lui stesso, una voglia matta di giocare, una smania che finisce per affossarlo. Non trova spazio nel torneo iridato, nemmeno un’apparizione, la delusione è enorme. Se la prende, senza un briciolo di diplomazia, con il Commissario Tecnico: “A tradirmi fu la mia impulsività. Bearzotprosegue il suo racconto a IL PALLONE RACCONTAmi aveva convocato per la prima volta nel 1977 e mi aveva portato al Mondiale in Argentina, spiegandomi che sarei stato la riserva di Bellugi. Quando Bellugi si infortunò, il mister fece però entrare Cuccureddu, io ci rimasi male e lo affrontai a muso duro. “Non sono venuto sin qui per fare il turista”, gli dissi, “e in avvenire eviti di convocarmi se poi non mi fa giocare”. Lui mi prese in parola e la mia breve esperienza azzurra si chiuse“. L’anno dopo, Lionello si lascia invischiare nella celebre e amara storia del calcioscommesse. Con l’amico Giordano (ironia della sorte, sarà proprio lui a prestare i primi soccorsi, nel 1989, dopo l’arresto cardiaco) viene squalificato per tre anni e mezzo. Torna in campo, grazie all’amnistia concessa per la vittoria del Mondiale 1982, dopo due stagioni di penitenza. La lezione gli serve e cambia totalmente vita: “È stato un periodo abbastanza doloroso durante il quale, però, sono riuscito a laurearmi; inoltre, ho continuato gli allenamenti, come se nulla fosse accaduto cosicché, una volta rientrato, ero a posto anche dal punto di vista fisico. Sicuramente non è stato facile, per cui non auguro a nessuno di trovarsi in una simile situazione. È stato un incidente di percorso. Frequentazioni sbagliate, personaggi discutibili. Come tanti miei compagni della Lazio, anch’io andavo al ristorante di Alvaro Trinca. Sono finito anch’io nella rete, senza grandi responsabilità. Non ho mai scommesso sui risultati della mia squadra, per esempio. Ma la mia difesa è servita a poco: mi sono beccato una lunga squalifica. Questo è quello che conta“.


Non è difficile immaginare il rimpianto provato davanti alla televisione, al “Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Campioni del Mondo!” di Martellini. Senza quel litigio con Bearzot, senza il calcioscommesse, ci sarebbe stato anche lui in Spagna. Peccato, davvero.




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