Stefano Fiore, da Euro 2000 al rimpianto Mondiale

Antonio Conte come Lippi nel 2006? Per carisma, va anche oltre, è molto più partecipe e sente molto di più la partita. Lippi, diciamo, riusciva ad ottenere determinate cose, facendo un po’ meno folklore“.
(Stefano Fiore)


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Un altro “collage” di dichiarazioni e di interviste. Questa volta, il protagonista è Stefano Fiore, centrocampista a tratti devastante, che avrebbe meritato di raccogliere molto di più nel corso della sua avventura Azzurra. Il “corpo centrale” di questo post deve moltissimo a una bella intervista realizzata da Luigi Pellicone per Il Posticipo.


Il calcio ha perso un po’ di qualità, livellandosi verso il basso, seppur quest’anno sembri migliorato in Europa. È sicuramente più povero dal punto di vista tecnico, molto più prestante. E salta all’occhio che a livello Nazionale siamo in difficoltà. Mancini, al di là del fatto che si sarebbe seduto su una panchina ambita ma scomoda, sapeva anche che sarebbe stato un lavoro difficile e complicato. Ha avuto un buonissimo impatto. Ha carisma e personalità. È preparato e capace, è la persona giusta per far ripartire il nostro movimento. La squadra ha una sua identità, sebbene la strada da fare sia parecchia.


I momenti più belli in Azzurro? Sicuramente l’esordio in Nazionale e il primo gol a Euro 2000 al Belgio. È ancora fresco nella mia memoria. è stato un momento e un periodo bellissimo, forse il più alto della mia carriera, ovviamente perché giocare un Europeo da titolare, indossando la maglia del proprio Paese, è quello che sogni da bambino e credo sia il massimo che si possa ottenere facendo il mestiere che ho fatto io. Ma ho anche un ricordo brutto, perché si è concluso in maniera atroce. Perdere una finale nel modo in cui l’abbiamo persa noi è, sportivamente parlando, un qualcosa di orribile e di bruttissimo. Infatti, da lì in poi il golden gol è stato, anche giustamente, abolito.


Arrivavo da semisconosciuto, soprattutto a livello internazionale, a quella competizione. C’erano i miei genitori in tribuna, che, per la prima volta, avevano preso l’aereo per venire a vedermi. Sono attimi in cui ti passano tantissime cose per la mente. Ecco, forse l’indicare il nome istintivamente (quando segnò al Belgio il primo gol in Azzurro, ndr) era come un modo per dire a tutti ci sono anch’io, in particolare a quelle persone che in quel periodo mi erano vicine e soprattutto a chi mi conosceva fin da bambino, come il compagno di giochi e il compagno di scuola.


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Euro 2004? Al di là del famoso “biscotto”, penso che la nostra eliminazione, per quello che avevamo fatto vedere sul campo, sia stata immeritata. Uscimmo imbattuti, anche se, in relazione alla forza e alle potenzialità di quella squadra, sicuramente potevamo fare meglio. Accaddero una serie di cose: la prima partita brutta con la Danimarca, con l’episodio di Totti, che venne escluso dalla competizione, il pareggio strano con la Svezia, con quel gol di tacco di Ibrahimovic, e la vittoria inutile con la Bulgaria, perché dall’altra parte finì come tutti sappiamo. C’è il rammarico perché, secondo me, eravamo un ottimo squadra e uscire in quel modo ha causato molta rabbia.


Non ho mai giocato un Mondiale, credo che lo avrei meritato. Insomma, 38 presenze, 2 gol e 2 Europei, ma pesa la mancata convocazione per Corea/Giappone 2002. Anche se, paradossalmente, mi pesa di più quella che non è avvenuta nel 2006. Purtroppo, nell’inframezzo tra i due Europei, sono incappato nel mio primo anno alla Lazio non fortunatissimo e lì uscii dal giro della Nazionale. In più ci fu anche l’esplosione di Doni, che andò al Mondiale, non so se al posto mio, dopo aver fatto un anno straordinario. Però mi brucia ancora di più quello del 2006, perché cominciai bene le qualificazioni con Lippi, giocando le prime partite. Poi passai al Valencia, dove non giocavo, in una situazione un po’ assurda. Quella fu una scelta non felicissima, ma rientrai in Italia e feci un grandissimo campionato a Firenze, dove finimmo in Champions con una squadra buona ma non eccezionale. Pensavo di poter rientrare nei 23 convocati. Qualche rammarico c’è, ma alla fine mi ritengo fortunato e va comunque bene così.  Il rimpianto più grande, forse, è di aver smesso molto presto, senza un perché, una cosa che ancora oggi non riesco a capire. Ho chiuso la carriera nelle categorie inferiori. A volte il calcio è un po’ strano.


Fu Dino Zoff a portarmi in Nazionale. Ho sempre detto di dovergli moltissimo e lo ribadisco. È stata la persona e il tecnico che mi ha dato di più. In pochissimo tempo è riuscito a capirmi, a collocarmi e a farmi sentire un giocatore importante e vero. Ha rappresentato la svolta nella mia carriera e non posso che ringraziarlo per l’ennesima volta, ma è una cosa sentita e dovuta, perché per me è stato veramente importante.


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Un nuovo Fiore? Ognuno ha le proprie caratteristiche ma, se dovessi individuare qualcuno, direi Lorenzo Pellegrini. C’è però una enorme differenza fisica e tecnica rispetto alla mia generazione. Oggi la prepotenza fisica è prevaricante. Quindi, a un giovane, consiglio, da romantico, di lavorare molto sulla tecnica. La qualità entusiasma la gente.


 

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