Non correva buon sangue tra Pozzo e Bernardini

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Il 28 dicembre del 1905, nasceva a Roma Fulvio Bernardini, grande calciatore, uomo brillante e tecnico vincente.


Debuttò in Azzurro il 22 marzo 1925 (7-0 alla Francia, in amichevole), primo giocatore romano e centromeridionale a giocare in Nazionale. Prese così parte alle Olimpiadi del 1928 conquistando la medaglia di bronzo, ma rimase clamorosamente fuori dalle rose selezionate per i Mondiali del 1934 e del 1938, a causa, si è sempre detto, dell’eccessiva bravura rispetto agli equilibri tecnici della squadra. Pozzo e Bernardini non furono mai d’accordo su questo. Il ct diceva: “Con l’allargamento della posizione dei terzini Rosetta e Caligaris, un grande spazio vuoto veniva a presentarsi al centro, nel caso dì secchi contrattacchi dell’avversario. Fu così che giunsi alla determinazione di cercare un centromediano che non fosse proclive a correre grandi avventure in avanti e che, nello stesso tempo, per non rinunciare ai servizi agli attaccanti, disponesse di lunghi traversoni, specialmente alle ali, dotati di grande potenza. Per questo motivo io spinsi avanti, fino a consumazione dì ognuno, prima Ferraris poi Monti, poi Andreolo: tre individui che avevano le caratteristiche che, confacendosi al caso, io desideravo. Fu per questo stesso motivo che io, ogni volta che potei, preferii uno dei tre a Bernardini, che pure era un brillante tecnico. Io la spiegai, la cosa, a Bernardini, pur rendendo omaggio alle sue qualità tecniche personali. Fu di lì che qualcuno fece nascere la storiella in base alla quale io avrei detto a Fulvio che lo lasciavo fuori perché giuocava troppo bene per la squadra. Io ero semplicemente disposto a qualunque rinuncia, pur di ottenere il giuoco dì squadra. Non volevo che nessuno brillasse, volevo che la squadra funzionasse, rendesse, avesse efficacia“.


Bernardini –ricorda Storie di calcio– la raccontò diversamente, ambientandola alla vigilia di Italia-Ungheria, a Torino nel 1931 (la partita della “zona Cesarini”): “La stanza del commissario della Nazionale era adiacente alla mia e ve lo trovai con il viso atteggiato ad una espressione preoccupata come di uomo combattuto e preoccupato da qualche affanno. Mi parlò a lungo, Pozzo, con lenta cadenza senza guardarmi negli occhi: vede Bernardini, lei gioca attualmente in modo superiore; in modo perfetto dal punto di vista della prestazione individuale; questa sua particolare situazione porta la squadra dove lei opera all’assurdo di non avere facili collegamenti perché gli altri non possono arrivare alla concezione che lei ha del gioco e finiscono per trovarsi in soggezione. Dovrei chiederle di giocare meno bene. Sacrificare lei o sacrificare tutti gli altri? È un problema difficile come mai ne ho avuti da risolvere. Mi dica lei: come si regolerebbe al mio posto?“.


Insomma, non correva buon sangue tra Pozzo e Bernardini, che fu sempre convinto di dovere la sua così risicata militanza Azzurra al potere degli squadroni del Nord. In un’altra occasione –ci racconta ancora Storie di Calcio– fu il portabandiera del Centro-Sud reietto: “dopo la liberazione di Roma da parte delle truppe alleate, fu nominato commissario straordinario della Federazione, ma dopo pochi mesi il suo rigore morale, incompatibile con giochi e congiure di corridoio, lo spinse ad abbandonare. In qualche modo, la superiorità culturale e il senso forte dei principi lo schierarono fatalmente dalla parte dei più deboli“.

Nel 1974, finalmente, la Federcalcio gli concesse la Nazionale, il sogno della sua vita, quando ormai era vecchio e non ci sperava più. Capì subito che, se l’avevano data a un “ribelle” come lui, inviso alle grandi correnti del Palazzo del calcio, la patata doveva essere davvero bollente. Il fiasco tragicomico di Stoccarda 1974 aveva chiuso un’epoca del calcio italiano. Doveva mettere in pensione Mazzola e Rivera e gettare le fondamenta di una ricostruzione incerta, tra valori mediocri e improbabili spinte a un atletismo “olandese”. L’età e il carisma non gli risparmiarono insulti e contestazioni per la modestia dei risultati.


Se ne andò tra le lacrime nel 1977, dopo aver allevato Bearzot e Vicini. Nessuno lo rimpianse, ma i giovani che aveva lanciato vinsero pochi anni dopo, sotto la guida del Vecio, il titolo Mondiale. Al momento dell’addio alla Nazionale, la proverbiale eloquenza già cominciava a cedere sotto i colpi di un male raro e incurabile, il morbo di Charcot, che a un certo punto, beffa crudele, gli tolse definitivamente la parola. L’agonia non fu breve, gli prese la vita a poco a poco. Fulvio Bernardini morì il 14 gennaio del 1984, tra molti pianti di coccodrillo di critici che non ne avevano avuto pietà neppure di fronte alla crudeltà della natura.


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