Balotelli, Conte e la punizione esemplare


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Nel 2015, quando ancora sognavamo un finale diverso per questa storia, Luigi Garlando scrisse per Sportweek l’elogio dolente di uno dei più grandi crucci (o rimpianti, fate voi) del nostro calcio: Mario Balotelli.


Un altro giro di Nazionale senza Balotelli. A Coverciano non lo vedono da 4 mesi, ma non è vero che non ne sentano la mancanza. A fine allenamento, quandi si fermava a provare le punizioni con qualche collega, era sempre uno spettacolo. Era lì che toccavi con mano l’enorme talento che la natura gli ha messo a disposizione. Lo intuivi dalla naturalezza del gesto. Non aveva neppure bisogno di caricare il tiro, di scomporsi in una preparazione macchinosa. Calciava da 20 metri con la stessa disinvoltura con cui noi scalciamo un sassolino che troviamo per strada, Eppure il pallone, colpito alla perfezione, carico di tutta la forza scaricata dal corpo grazie a una coordinazione istintiva e impeccabile, partiva come una palla di cannone, aggirava le sagome e finiva quasi sempre in rete. Certe sassate da sgranare gli occhi che scavavano un baratro di potenza e precisione con i compagni di tiro, Pirlo escluso. Cesare Prandelli, mani in tasca, piede sul pallone, osservava con l’orgoglio di un padre: questo è il mio centravanti. Ma se quelle punizioni da fenomeno, plateali esibizioni di talento, erano una promessa di felicità, ciò che avveniva prima o dopo erano altrettante smentite clamorose.


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Prima: Mario aveva corso regolarmente in coda al gruppo, aveva saltato almeno la metà degli esercizi di stretching come il discolo all’ultimo banco che fa altro quando il prof non guarda ed era stato richiamato più volte dal ct per la pallida intensità in partitella. Dopo: riemersi dalle docce, gli Azzurri svilavano dove alcuni tifosi aspettavano per autografi e foto. Balotelli, in genere, era l’unico che puntava la club-house di Coverciano tagliando per il campo, lontano dalle balaustre, con il cellulare incollato al timpano anche se i bambini con i foglietti in mnao urlavano: “Mario!”. È per questo “prima” e per questo “dopo” che Balotelli sta gettando via un tesoro inestimabile. Se il calcio fosse solo punizioni, solo colpire un pallone, avremmo un fuoriclasse in casa, ma il calcio è anche sacrificio massimo in allenamento e in partita che diventa rispetto per i compagni e spirito di squadra; è anche responsabilità di rappresentanza che ti costringe a dare l’anima per chi ti sostiene e ti chiede un autografo. A queste altezze Mario non arriva, perso nelle sue telefonate, smarrito nel suo mondo virtuale, sbriciolato in mille interessi e mille distrazioni, prigioniero del personaggio, incapace di far squadra, come gli ha rimproverato di recente Bonucci (“O pensa al gruppo o, con Conte, sta fuori“). Isolato per costituzione di anima. Purtroppo per Mario, il ct Conte considera moltissimo il “prima” e il “dopo”.


Difficile prevedere se e quando Balotelli, già isolato anche a Liverpool, sulla soglia di un nuovo fallimento, riuscirà a meritarsi altro Azzurro. Di sicuro, senza le sue punizioni, Coverciano è un po’ più banale.


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