I Palloni d’Oro di Gravina e l’addio di Roberto Baggio

L’idea della FIGC è quella di richiamare alcuni di quelli che hanno scritto la storia del calcio azzurro. Vialli, ne abbiamo parlato qualche giorno fa, potrebbe diventare capo delegazione, ma è solo l’inizio della rivoluzione: “Gianluca rientra in un’idea di rilancio del Club Italia ha spiegato Gravina– e al riguardo ho pensato di coinvolgere le nostre leggende azzurre e i quattro Palloni d’oro perché venga rappresentata l’importanza del nostro calcio”. In Federcalcio, quindi, potrebbero arrivare tutti e quattro i Palloni d’Oro italiani: Paolo Rossi, Roberto Baggio, Fabio Cannavaro e Gianni Rivera, che si occuperà del settore “Leggende”, cioè delle attività riguardanti i grandi ex. E il Presidente Gravina ha parlato anche con Tardelli e Claudio Gentile (che non era uscito benissimo dalla FIGC). Una bella storia azzurra, certo, ma non inedita, né troppo fortunata.


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Ne scrisse Fulvio Bianchi (Spy Calcio, 24 gennaio 2013) su Repubblica.it:


L’idea fu di Renzo Ulivieri, presidente dell’Assoallenatori, nel 2010, subito dopo il flop dei Mondiali del Sudafrica. Giancarlo Abete cercava nomi nuovi, possibilmente di prestigio, da inserire (gratuitamente, massimo rimborso spese) in settori-chiave della Figc. Ecco quindi, Gianni Rivera al settore giovanile e scolastico (ottimo lavoro in due anni), ecco Arrigo Sacchi al Club Italia con Demetrio Albertini (e l’ex ct ci ha messo entusiasmo, impegno, competenza). Ed ecco che Ulivieri suggerisce il nome di Robi Baggio per Coverciano: il settore tecnico, la scuola che deve formare non solo i nuovi allenatori ma i maestri del calcio, quantomai utili di questi tempi anche per le squadre giovanili. Abete accetta con entusiasmo e lo nomina il 2 agosto 2010: Baggio, 45 anni, un grande campione che ha smesso nel 2004 ma è ancora amatissimo dai tifosi. La persona giusta per rilanciare Coverciano, la Casa del calcio, ammiratissima anche all’estero. Ora Baggio si è dimesso. Con polemica. Il suo “matrimonio” con la Figc è stato sempre pieno di ostacoli, e incomprensioni. Subito un intoppo: Baggio pesta i piedi al Club Italia, diretto dall’altro ex campione Demetrio Albertini, e al settore giovanile.


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Sì, perché Robi suggerisce lo scouting, la ricerca di talenti, più che la preparazione e la formazione dei tecnici. Insomma, invade territori altrui. Poi propone un piano da 10 milioni di euro (poi ridotto a tre milioni per quattro anni) al consiglio federale, ma ci sono molti dubbi da parte di Tavecchio, Macalli e gli altri. Coverciano, insomma, non decolla mai ed ecco che Baggio al Tg1 ieri sera annuncia le sue dimissioni. “Lascio la Figc, non mi hanno fatto lavorare. Il mio progetto è stato ignorato”. Parole forti, una critica diretta al Palazzo di Via Allegri, a Roma, dove l’hanno visto in questi due anni e mezzo ben poche volte. “Non mi sento utile, io privilegio il lavoro e non la poltrona. Meglio andar via“. La replica di Abete è sin troppo garbata: “Sapevo che avrebbe lasciato. Non sentiva suo quel ruolo dirigenziale”. E poi aggiunge: “Inoltre per gli impegni internazionali e perché non si sentiva gratificato, non ha mai potuto dedicare molto tempo alla sua attività”. Il presidente federale poi ha precisato che ”il progetto elaborato con l’ausilio di consulenti esterni (Petrone e Bacconi, ndr) era stato discusso in Consiglio federale e modificato: in principio era finalizzato allo scouting di calciatori, ma quello spetta al Club Italia e ad Arrigo Sacchi. A Baggio spettava la formazione dei tecnici. Il Consiglio federale ha concordato le modifiche e stanziato i soldi, che ci sono e non sono un problema. Ma poi era il settore tecnico a dover dare seguito, con la Lega Dilettanti, per la nascita di centri federali in tutte le regioni. E invece si è fermato lì, non ha fatto il secondo passo. Evidentemente per una scelta di Baggio”. Sul ruolo del manager dell’ex, Vittorio Petrone, Abete ha spiegato: ”Abbiamo sempre parlato con Baggio e con Petrone, anche perché farlo con il primo senza il secondo non era possibile: ma era chiaro e naturale che lui avesse un rapporto di fiducia, preferenziale, con Petrone. Lo ha sempre seguito passo passo”. Per il futuro il presidente non chiude la porta a Baggio: ”Il nostro auspicio è che se non fa scelte diverse, ci possa ancora essere spazio per collaborazioni spot, su progetti mirati”. E Albertini gli ha scritto una lettera aperta: “Caro Robi, hai perso un’occasione. Se vuoi tornare le porte sono aperte, ma in prima persona…”. Chiaro, no? Niente tutori.


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Ma chi l’ha visto Robi Baggio in questi anni? In effetti a Coverciano è andato molte volte ma soprattutto per fare il corso per allenatori. E alle elezioni di Giancarlo Abete (14 gennaio) era fra i pochi assenti. Dov’è Baggio si erano chiesti molti dirigenti federali? In Patagonia, a caccia di anatre. La sua passione (in Argentina ha terre e case). D’altronde a Roma l’avevano visto poco anche in consiglio federale, pare tre volte in 23 riunioni, dove ha (aveva) la possibilità di partecipare pur senza diritto di voto. “Inutile andare”, la sua replica. Quando ha presentato il suo progetto (“15 minuti dopo 5 ore di anticamera e poi è rimasto lettera morta”) ha preferito fare parlare soprattutto Petrone e Bacconi. Cosa che non era piaciuta in Figc, così come aveva sconcertato, e non solo in Figc, il fatto che Baggio a dicembre aveva nominato tecnici “ad honorem” tutti i componenti del consiglio del settore tecnico. Quindi Marotta (potrebbe andare in panchina come secondo di Conte), l’ex arbitro Trentalange (conosce bene le regole del calcio, certo, ma è meglio che non alleni…), il dottor Castellacci (che in panca ci va già come medico della Nazionale di Prandelli) ed ovviamente il suo manager Petrone che la Figc aveva accettato di fare entrare nel consiglio di Coverciano, facendo storcere la bocca a molti. Un favore a Baggio, insomma. Ripagato così… Robi ora farà l’allenatore, cominciando probabilmente da una grossa squadra. E Abete, d’intesa con Ulivieri (così prevedono le norme Figc) cercherà un altro presidente del settore tecnico. Scartate l’ipotesi Antognoni e Maldini. Sacchi sta bene dov’è, al Club Italia. Dino Zoff sarebbe un nome giusto, molto stimato in Figc anche da Antonello Valentini: ma avrà voglia di farlo? Avrà tempo? Non basta il nome. Rivera, Sacchi, Albertini insegnano. E Dino è una persona seria, se si impegna è per lasciare un segno.



 

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