I cinque Azzurri che mi fanno battere il cuore

È sempre dura mettere tutti d’accordo, stilare classifiche “condivise”, fare la hit parade dei sentimenti. Nonostante ciò, parlando di Nazionale, è divertente mettere in fila nomi e ricordi, voci e immagini più o meno lontane, per far battere i nostri cuori “fondendo” la passione per gli Azzurri e quella per le liste.


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Impossibile, quindi, avere la pretesa di convincervi della bontà delle mie scelte in materia, ma niente mi vieta di provare a raccontarvele. Per motivi anagrafici (sono nato nel 1975), i miei ricordi azzurri risalgono al Mundial di Spagna, ma escluderei da questa lista la meravigliosa generazione dorata del 1982. Da Zoff a Conti, da Scirea a Rossi, da Tardelli ad Antognoni, è impossibile scegliere un campione del mondo: il primo gradino -anche se virtuale, in questo caso- della mia classifica degli Azzurri del cuore, quindi, è occupato dai 22 di Madrid. Da quello squadrone, però, ne prendo uno, uno soltanto, nemmeno troppo importante: Franco Baresi. Molti pensano che Scirea fosse più forte (non entro nel merito, perchè la mia conoscenza dello juventino è un po’ troppo di seconda mano), ma Baresi era un autentico monumento, un leader, una barriera insormontabile. Una sorta di collegamento tra il calcio romantico delle bandiere e quello iper accelerato delle plusvalenze e delle quotazioni in borsa. Vederlo in lacrime a Pasadena fu uno strazio, sapere che un campione come lui non abbia mai sollevato né il Pallone d’Oro né la Coppa del Mondo è una conferma continua dell’inesorabile ingiustizia della vita.


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Proseguo in ordine casuale, più sull’onda dei ricordi che altro, e passo a un genio. Lo chiamavano Maestro, Professore, Metronomo: Andrea Pirlo è stato uno dei registi più forti, completi, intelligenti che il nostro calcio abbia avuto la fortuna di generare e di mostrare al mondo. Faccio mie le parole di Fabio Paratici: “Credo che nessuno sia paragonabile a Pirlo. Lui è il giocatore che sa giocare meglio a calcio che io abbia mai visto. Credo che nei prossimi 35 anni non vedrò mai più uno bravo a giocare a calcio come Pirlo, mai. Aveva una completezza di conoscenze del gioco, di tempi calcistici. Era un direttore d’orchestra e un primo violino, insieme. È uno dei pochi che il campo lo vedeva dall’alto, come volando. Disegnava geometrie impensabili e aveva i tempi sempre giusti“.


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Ecco un’altra bandiera, un altro immenso fuoriclasse che le logiche delle giurie e le bizzarrie del destino hanno privato di riconoscimenti che, in un mondo giusto, sarebbero stati suoi di diritto: Paolo Maldini, ricchissimo di trofei e vittorie con la maglia del Milan, ha mancato per un soffio sia un trofeo individuale (il solito Pallone d’Oro) che un trionfo in Azzurro (Euro 2000 e, come minimo, USA ’94). Peccato. Impossibile parlare di buchi nel suo curriculum, più facile pensare a una macchia su quello del dio del calcio, davvero imperdonabile.


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Francesco Totti, ragazzi. Il Capitano. Immagino che il più grande calciatore della storia della Roma non sempre metta d’accordo TUTTI i tifosi della Nazionale e, forse, è giusto che sia così. Eppure, questo era davvero un mostro, una di quelle anomalie del sistema che l’universo, Dio, il destino, Matrix -o chi preferite voi- possono regalare all’umanità solo una volta ogni due o tre generazioni. Non metterò mai in dubbio Rivera, ma quest’uomo avrebbe meritato almeno due Palloni d’Oro e sette Champions League.


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Va bene, siamo alla fine. Nella mia testa, i giocatori capaci di emozionarmi sono sempre stati cinque (campioni del Mundial a parte, come ho già scritto). E l’ultimo, Roberto Baggio, non ve lo spiego nemmeno, mi limito a sorridere scorrendo nella mente i ricordi, le immagini dei suoi gol, la voce di Pizzul (“Baggio… Baggio… Baggio… e hop! Gol di Roberto Baggio!“), le lacrime dopo quell’ultimo rigore, le illusioni delle Notti Magiche. Il più forte di tutti.


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