Ave, Cesarone

Evito di sognare. Ogni volta che ci provo, mi sveglio sbattendo sul comodino“.

(Cesare Maldini)


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Cesare Maldini in allenamento con Roberto Baggio

Ieri, ricorreva il terzo anniversario della morte di Cesare Maldini. Quel 3 aprile, Roberto Beccantini scrisse un pezzo splendido, in omaggio al ct tre volte campione d’Europa con un’Under 21 capolavoro.


E così, dopo Johan (Cruijff, ndr), ha tolto il disturbo anche Cesare. Cesarone Maldini, papà di «Pa-Pa-Paolino», uomo di calcio e di sport, scuola triestina del Novecento. La scuola di Nereo Rocco, il «paròn». Piano, però, con il colore: si rischia di arrivare a Teo Teocoli e alle sue imitazioni dimenticando il tanto che c’è stato, il tanto che ha fatto.
Aveva 84 anni. Fu Bela Guttmann, l’inventore del Benfica moderno con annessa «maledizione» a toglierlo dalla fascia per trasferirlo al centro della difesa. Cesare, cioè Triestina, molto Milan e un po’ di Toro. Il primo capitano di una squadra italiana ad alzare la Coppa dei Campioni. Fu a Wembley, quel pomeriggio del 22 maggio 1963: Milan-Benfica 2-1 (a proposito di Guttmann e fatture). Dagli schermi Rai si dissolse, all’improvviso, la voce di Nicolò Carosio. Provvide Beppe Viola, pace all’ironia sua, dagli studi di Milano.
Altri tempi. Altro calcio. Segnò Eusebio. Il Milan soffriva, qualcosa non tornava. Il Trap su Torres, per esempio. E Benitez sulla pantera. Chi non è mai stato a Wembley, – quello lì, il vecchio – non può capire. Le panchine erano lontane, e le urla arrivavano in campo come gemiti. Ci pensò Cesare, allora, a nome di una commissione che più «interna» di così – interna alla squadra, interna al campo – non si può. Trapattoni passò su Eusebio, Benitez su Torres. Morale: la squadra si assestò, Coluna zoppo spense il radar, José Altafini fece doppietta. L’impermeabile di un Gianni Rivera esausto e la coppa tra le mani di Cesare sono ancora lì, fari nella notte della memoria.


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Paolo Maldini, capitano della Nazionale di papà Cesare

Ave, Cesarone. Testa alta, puntuale, ogni tackle una mossa di scacchi, di una eleganza che sfiorava il narcisismo. E il narcisismo, ogni tanto, procurava quegli scarabocchi che la storia ha archiviato alla voce «maldinate». L’uomo sempre sotto braccio al giocatore, all’allenatore. Vice di Bearzot al Mondiale spagnolo, tre titoli europei con la Under 21, un derby vinto 6-0 all’epoca del dopo Zaccheroni, e poi il ruolo di commissario tecnico. Per un paio di anni, dopo la fuga di Sacchi. Pilotò la Nazionale al Mondiale francese del 1998, salvo uscire ai quarti sull’ennesimo rigore del destino (Di Biagio, questa volta) e non prima di aver sfiorato, con Roberto Baggio, il più romanzesco dei golden gol. Cesare privilegiò un Del Piero non al massimo a un Codino che sembrava toccato dalla grazia. La critica non gradì, e il popolo, come sempre, andò dietro al risultato. Il suo era un calcio semplice, figlio della sua epoca e dei suoi precettori, senza il silicone del senno posticcio che molti avrebbero poi smerciato. I confini furono l’1-0 firmato da Zola a Wembley, contro l’Inghilterra, e lo 0-0 di Tbilisi con la Georgia. C’ero anch’io. Si passò la notte della vigilia, nella hall dell’albergo, a studiare come avrebbero giocato i georgiani, se con una o due punte.


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Montpellier, 20 aprile 1994: sulle spalle di Francesco Toldo, con il secondo trofeo continentale consecutivo (poi, saranno tre)

Allenò anche il Paraguay ai Mondiali del 2002, fu opinionista e capo degli osservatori del Milan. È stato, soprattutto, il patriarca della dinastia Maldini. Cesare, Paolo, Christian. Con quei capelli un po’ così, con quegli scoppi d’ira un po’ così, con quella balbuzie un po’ così: finalmente potrà raccontare a Cruijff come andarono le cose alla vigilia di Milan-Ajax, ultimo atto della Coppa dei Campioni 1969. Maldini era andato a spiarlo, ha scritto Gigi Garanzini su «La Stampa» del 26 marzo, e fece una relazione «rassicurante, tranne che per quel giocatore che andava di qua, andava di là e non c’era verso di prenderlo. Cesarone si mise a tracciare su un foglio una miriade di frecce che ne sintetizzavano i movimenti. “Mostrighe all’Anguilla”, tagliò corto il paròn, ma per mi ti te vedi tropi film de indiani”».
Stravinse il Milan, 4-1. Immagino le risate. E il fumo delle sigarette. E il tintinnio dei bicchieri“.


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1962, Cesare Maldini (secondo da sinistra) in Nazionale. Con lui, il ct Fabbri e i compagni Pascutti, Orlando, Fogli e Sormani.
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