Radice e i suoi campioni quasi mai Azzurri

Qualche mese fa, poco dopo la morte di Gigi Radice, La Gazzetta dello Sport ha pubblicato “i giudizi espressi su ciascun calciatore dello scudetto proprio dal tecnico appena scomparso“, cioè una chiacchierata con Germano Bovolenta “poco prima di essere aggredito dal male“. Ve li presentiamo, in attesa del settantesimo anniversario di Superga, tenendo presente che, nonostante la grande forza di quel Torino, (quasi tutti) i suoi protagonisti abbiano vissuto pochissime gioie legate ai colori Azzurri.


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IL NUMERO UNO.


Castellini, il portiere, non lo chiamavo Luciano ma Giaguaro, perché appunto faceva dei balzi felini. Prima delle partite accusava forti tensioni nervose. Ma non era il solo: più passava il tempo, più si facevano risultati, più si parlava di scudetto e più la tensione aumentava“. Trovandosi davanti due monumenti come Zoff e Albertosi, Castellini raccolse solo le briciole, in Azzurro: per lui, solo 1 presenza in Nazionale A -il secondo tempo di un’amichevole con il Belgio, quando incassò un rigore calciato dal collega belga Christian Piot- e la maglia di terzo portiere ai Mondiali del 1974, proprio alle spalle dei suddetti monumenti.


I QUATTRO DIFENSORI.


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Caporale dietro tutti a fare il libero. Bravissimo. Veniva dal Bologna dove non aveva il posto garantito. Con noi si è reinventato: una grande sorpresa. Tempista, tecnico, elegante“. Il suo modo di interpretare il ruolo di libero in maniera propositiva, simile a quello del fuoriclasse del Bayern Monaco, gli valse il soprannome “Caporalbauer”, ma non l’esordio in Nazionale.


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Mozzini, lo stopper. “Forte, robusto, sereno. Di lui dicevano: più che in campo te lo immagineresti dietro uno sportello bancario. Sempre sorridente, gran lavoratore“. 6 presenze in Nazionale A, per questo “banchiere”, comprese 4 gare di qualificazione ad Argentina ’78, ma non la soddisfazione di prendere parte alla spedizione iridata.


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Terzino di fascia destra, Nello Santin. “Era un marcatore per vocazione. Lo conoscevo bene dai tempi del Milan: lui cominciava e io smettevo. Ha fatto cose egregie anche con la Sampdoria ma con noi è esploso“. Avrebbe di certo meritato risultati migliori, in carriera, ma non vestì mai la maglia Azzurra.


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Terzino sinistro, Salvadori. “Veniva dalla C ed era maturato con il Toro. Sembrava, a prima vista, un pò fragile. Solo a prima vista. Si trattava invece di un giocatore completo: buona falcata, scatto, controllo intelligente dell’avversario. Una difesa bene assortita, al punto da sfiorare la perfezione“. Era forte e indispensabile, ma mise insieme solo qualche apparizione in Nazionale B.


IL CENTROCAMPO.Ne piazzavo tre, come fa adesso chi gioca un calcio modernissimo. Pecci al centro, Zaccarelli a sinistra e Patrizio Sala a destra“.


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Zac era un incursore dal dribbling rapido, volava e batteva con prepotenza. Centrocampista classico ma sapeva fare anche la mezza punta, marcare e impostare“. Una delle rarissime eccezioni, con 25 presenze e 2 gol in Nazionale A, compreso il Mondiale in Argentina da titolare e la convocazione per Euro ’80 (senza mai giocare). Bearzot lo tagliò dal gruppo in partenza per la Spagna, nel 1982, dopo averlo inserito nel “gruppone” di 40 preconvocati.


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Patrizio, che veniva dal Monza serie C, grandissimo altruista, sempre in aiuto. Di tutti, con naturalezza e semplicità, di una utilità estrema


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Eraldo Pecci, il regista, sapeva correre e impostare, piedi e cervello. Indispensabile, come lo era Claudio Sala…“.


INVENTORI E REALIZZATORI.


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Non vorrei fare torti agli altri. Erano tutti indispensabili. Però Claudio lo conoscevo dai tempi di Monza. Aveva fantasia, era astuto, sapeva lanciare, andare sul fondo e crossare. Sapeva fare tutto con disarmante semplicità: cioè quella del fuoriclasse“.


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E gli altri due dell’attacco, Graziani e Pulici, traducevano, realizzavano. Graziani stava al centro, gran destro, gran sinistro, ottimo colpo di testa. Ma, soprattutto, tornava, dava una mano: il più moderno dei centravanti italiani. Pulici? Eccezionale forza fisica, colpi improvvisi. Lo hanno chiamato Puliciclone. Giusto. Era un vero ciclone, partiva da sinistra attirato dalla rete e in rete andava: aveva il gol nel sangue e dici tutto“.


Ecco, campioni granata del 1976, queste le righe dedicatevi dal vostro mister sulle pagine rosa. Sappiamo che le conserverete fra le cose più care della vostra carriera.


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