Bearzot, Vicini, Sacchi: i Mondiali stregati di Mancini

New York, 1984. Il diciannovenne Roberto Mancini ha appena concluso una mini tournée Azzurra di due partite, il rientro è previsto per il pomeriggio del giorno dopo. I veterani, i campioni del mondo di due anni prima, gli propongono un giro nella Manhattan “by night”. Certo, per i più giovani ci sarebbe il divieto, ma Bearzot si è già ritirato, come si fa a rifiutare? Infatti, Mancini accetta e fa le 5 di mattina con Tardelli allo Studio 54. Quando rientra in albergo sono le 6 e trova il ct ad aspettarlo in sala colazione. “Subisco in silenzio il peggior cazziatone della mia vitadice l’attuale commissario tecnico-. Me ne dice di tutti i colori: che non ha dormito per la preoccupazione, che mi sono comportato come un somaro, che non mi chiamerà mai più in Nazionale, nemmeno se segnerò 40 gol a campionato“.


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Bearzot, seguito da Bruno Conti, a Mexico ’86

Anni dopo –raccontò il Mancio a Paolo Condò-, quando s’era ormai ritirato, incontrai Bearzot. Non feci in tempo a chiedergli nulla, fu lui ad assalirmi: “Perché non mi hai chiamato per scusarti?”. Rimasi di sale. Non l’avevo fatto perché mi vergognavo troppo del mio comportamento, ed ero certo che lui fosse ancora furioso con me. Bearzot si mise le mani nei pochi capelli che gli restavano: “Io aspettavo soltanto la tua telefonata per richiamarti in Nazionale. Ma senza le scuse non potevo fare niente, e così ti sei perso il Mondiale del 1986”. Volevo morire“.


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Azeglio Vicini a Italia ’90

Quello con il Vecio, però, fu solo il primo dei Mondiali gettati via da Roberto Mancini. Fu sempre l’orgoglio a costargli quello in casa, nel 1990. “In un ambiente come quello della Nazionale, occorre parlarsi molto perché le rabbie e le amarezze latenti ci sono sempre. Io non sono riuscito a emergere in Azzurro, e sì che il talento non mi mancava, perché non ho mai avuto l’opportunità di giocare le cinque partite di fila che mi servivano per “entrare” nel motore della squadra. Una gara modesta, e Vicini la volta dopo mi lasciava in panchina. Io mi arrabbiavo, e sbagliavo, perché in Nazionale devi alzare il tuo livello di gioco. I compagni sono tutti forti, ragazzi selezionati, visti e rivisti, sicuri. Non puoi pretendere strada libera per sei mesi − cinque partite implicano più o meno questo tempo − a prescindere da quanto mostri in campo. All’epoca lo sognavo, ed ero un ingenuo“.


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Colonia, 17 giugno 1988: Mancini in campo contro la Danimarca, a Euro 88

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Washington, 28 giugno 1994: Sacchi si sbraccia in panchina, durante Italia-Messico, fase a gironi di USA ’94

Il ricordo del 1994, quello legato all’ultimo treno Mondiale, è anche il più amaro. Arrigo Sacchi era stato chiaro: “Per me, tu sei la riserva di Baggio“. Mancini aveva accettato, pur masticando amaro, ma in un’amichevole primaverile con la Germania, con Baggio assente, l’Arrigo gli lasciò giocare solo il primo tempo e poi, vista la giornata così così, lo rimise in panchina. Bastò quel gesto a farlo sentire tradito. All’arrivo notturno a Malpensa, non ce la fece più e salutò senza diplomazia: “Mister, lei non è stato ai patti. Non mi chiami più, ho chiuso con la Nazionale“. Oggi, Mancini ne parla come di “una cretinata enorme. Tra l’altro in quel Mondiale, tra gli infortuni, le squalifiche e il grande caldo, avrei sicuramente giocato moltissimo. Bearzot non mi chiamò nel 1986 perché non chiesi scusa, Sacchi mi lasciò fuori nel 1994 perché non tornai sulla decisione di autoescludermi, nel 1990 Vicini mi convocò ma senza mai schierarmi. Risultato: non ho giocato un minuto di un Mondiale, e la trovo un’assurdità anche se in buona parte la colpa è mia. Ora, penso a qualificarmi per l’Europeo e poi a disputarlo alla grande, io gioco sempre per vincere. Ma confesso che l’idea del Mondiale, visti i precedenti, già mi frulla in testa“.


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Berna, 1 maggio 1993: Roberto Mancini durante Svizzera- Italia, gara valida per le qualificazioni a USA ’94

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