Quando l’Italia diede a Vicini un Everest da scalare


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Nel 1986 l’Italia – campione in carica – venne eliminata dalla Francia negli ottavi del Mondiale messicano. Erano tempi in cui un risultato del genere veniva vissuto con vergogna: il presidente federale Sordillo si dimise immediatamente e il presidente del Coni Carraro venne nominato commissario (se la situazione vi ricorda qualcosa di recente…). La scelta seguente, quella del c.t. che avrebbe raccolto l’eredità di Enzo Bearzot, era nelle cose perché l’Under 21 dell’epoca racchiudeva in sé il concetto di “meglio gioventù” come a nessun’altra nazionale è poi capitato. Una squadra colma di qualità dal portiere Zenga al difensore Ferri, con una cintura di centrocampo composta da Donadoni, Giannini e De Napoli e l’attacco imperniato sui gemelli doriani Vialli e Mancini. A guidarla, uno degli ultimi grandi allenatori federali, un signore nei modi e nei principi: Azeglio Vicini, un romagnolo che all’epoca aveva 53 anni e al quale si chiedeva un autentico Everest. Ovvero un dignitoso comportamento all’Europeo 88 e poi la vittoria al Mondiale 90, che avremmo organizzato a casa nostra.


Oltre a promuovere quasi in blocco la sua generazione di talenti, Vicini fu molto bravo a reinserire i campioni del mondo ancora giovani come Bergomi e Franco Baresi, a valorizzare le ultime energie di Altobelli, a rilanciare Ancelotti e a far debuttare il nuovo fenomeno Maldini. Pur restando ancorata al libero e alla marcatura a uomo, quella di Vicini era una Nazionale aggressiva e frizzante, ricca di classe e accompagnata da un’aura di simpatia generale che le permise di crescere rapidamente. L’Europeo andò secondo le aspettative, col raggiungimento della semifinale dove l’Unione Sovietica del colonnello Lobanowski si rivelò fuori portata. E nel tratto di strada successivo, il biennio diretto a Italia 90, l’apparizione del talento di Roberto Baggio alimentò ancor di più le speranze azzurre.


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Azeglio Vicini privilegiava una comunicazione mite e gentile, coerente con il suo carattere, e se da una parte i modi da saggio curato di campagna gli permisero di attraversare le turbolenze che inevitabilmente toccano a un c.t., dall’altra tolsero qualcosa alla sua immagine di tattico, come se un uomo educato e mai polemico non potesse svolgere bene un lavoro da prima pagina. L’avventura a Italia 90 partì magnificamente ma finì in lacrime: Vicini fu bravo a gestire l’esplosione di Totò Schillaci, protagonista assoluto e inatteso delle notti magiche (dal titolo della canzone ufficiale del torneo, di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato), e la conseguente eclissi di Carnevale e soprattutto di Vialli, infortunatosi alla seconda partita. Quando però la cavalcata trionfale degli azzurri dovette cambiare scenario – lasciando l’Olimpico per affrontare l’Argentina di Maradona proprio al San Paolo – la magia si interruppe: perdemmo la semifinale ai rigori (inizio di un incubo dal dischetto lungo dieci anni), e il terzo posto colto contro l’Inghilterra a Bari non bastò a tamponare la delusione. Vicini venne confermato nell’incarico, ma ormai l’incanto era rotto: la mancata qualificazione a Euro 92 – perduta per un palo di Rizzitelli contro la Russia nell’ultima partita – portò al suo esonero, e alla sostituzione con Arrigo Sacchi. Azeglio se ne andò senza strepitare, com’era nel suo stile, e un paio di dimenticabili esperienze nei club (Cesena e Udinese) certo non tolsero la tuta azzurra alla sua immagine. Quando ogni tanto si riparla di un tecnico federale alla guida della Nazionale – nella grande Germania di questi anni, Löw ha esattamente quell’estrazione – il pensiero corre a Valcareggi, a Bearzot, a Cesare Maldini e assolutamente anche al buon Azeglio. Un allenatore bravo, un uomo squisito“.

(Paolo Condò, Sky Sport, 31 gennaio 2018)


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