Paolo Conti: mettiamo le mani avanti

Storie di Calcio riporta una bella (e sorprendente, con il senno di poi) intervista del settembre 1978 al portiere della Roma sulla presunta crisi dei numeri uno italiani: la lezione dei Mondiali, la successione di Zoff, le giovani promesse e le crisi della stagione precedente.


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23 settembre 1978, Italia-Turchia a Firenze

PROCESSO al portiere. Processo perché c’è crisi in atleti ai massimi livelli, perché c’è crisi di ruolo se è vero che all’orizzonte non si ve­dono grandi talenti (o se ne vedono pochi), perché c’è crisi di un modo di parare che ha dimenticato le «bombe» da fuori area. Noi, nella circostanza, vestiamo i panni dell’accusa, la difesa è affidata a Paolo Conti, un esperto del settore, ed al lettore riserviamo il ruolo di giu­dice.

Oltre che un esperto, «Baffo» (che appare in tempi, più o meno brevi, l’erede in «bianconerazzurro» di Di­no Zoff) appartiene alla schiera dei calciatori che possono permettersi di non ragionare solo con i piedi.
Tanto è vero che ha un diploma da geometra, che sta concludendo l’Isef, che guarda fuori del pallone con reali interessi, che si dedica a letture anche impegnate. Avverte molto, insomma, il desiderio di ar­ricchire il suo già rispettabile ba­gaglio culturale perché sa che il calcio, in fondo, è una meteora ed un giorno, quello della fine, non vuol farsi trovare allo scoperto. Per cui parla con espressioni forbite, i modi si vanno ingentilendo sempre più («si prepara per la corte degli Agnelli» dice chi gli sta vicino), i suoi atteggiamenti rivelano la sobrie­tà tipica di chi possiede forza inte­riore. E’ intelligente e diplomatico, gentile e simpatico.
L’uomo c’è, non esistono dubbi. Ed il calciatore? Il suo unico cruccio, sul campo, è lo stile (spalle incassate, movenze un po’ goffe) ma per il resto è pron­to a dare il cambio a Zoff, in Na­zionale prima e nella Juve poi.
 
CORAGGIOSO come certi kamikaze del passato (il re dei kamikaze è stato Giorgio Ghezzi, nemico giura­to di Zoff: coincidenza banale?), confeziona, soprattutto in uscita, cose bellissime. Un giorno Pierluigi Tonani, una vita in B con il Catan­zaro e con l’Arezzo, ebbe a dire di Conti: «Con lui fare il libero non mi diverte proprio. Cerchi di inter­venire per deviare di testa o di pie­de una palla proveniente da un cross o da un traversone o da una rimessa o da un lancio ma Conti, bloccando o respingendo, ti antici­pa sistematicamente. Alle volte, mi­ca storie, mi riduce al ruolo di spettatori; in campo. Questo mo­stro, insomma, mi fa una rabbia…».
 
CONTI, da quando Tonani parlava così, è cresciuto ed è cresciuto be­ne. Lo dimostrano i fatti. Oggi è un maturo, umanamente e agonisti­camente parlando. Quindi è l’uomo giusto per affrontare un discorso sulla crisi (vera o presunta che sia) dei «numero uno». Se avrete la bontà di seguirci potrete notare che abbiamo fatte requisitorie anche du­re ma Paolo si è difeso benissimo (è un portiere, capirete…). Ora ai posteri, anzi al lettore, spetta l’ardua sentenza. Attacchiamo così: Crisi dei portieri.
Si identifica, ad esempio, in un Al­bertosi che, pur con tutto il rispet­to che merita un atleta del suo pas­sato, a quarant’anni si permette di difendere la porta di un grosso club come il Milan…
«Albertosi è stato ed è tuttora un grande portiere. Il fatto è che il nostro ruolo è atipico per cui si può durare anche più di quarant’anni. Scusatemi: se Albertosi para come un giovanotto perché il Mi­lan dovrebbe mandarlo in pensione? E Banks, in Inghilterra, non ebbe, forse, vita molto lunga? E Jascin in Russia?».
 
– Crisi dei portieri: si esprime an­che attraverso uno Zoff che ai Mondiali ha fatto storcere la boc­ca al mondo intero…
«Io dico che in certe delicate si­tuazioni bisognerebbe trovarcisi. Vede, i quattro tiri che hanno bru­ciato Zoff con Olanda e Brasile, erano autentici tiracci carichi di una notevole dote di sfortuna. Sarò ba­nale ma voglio, in ogni caso, ribadi­re che il nostro è un ruolo spieta­to, tanto è vero che anche la critica è soggetta all’esasperazione sia in senso positivo che negativo. In de­finitiva: una grande parata e sei un eroe, un errore e ti trovi sul banco degli accusati. Vie di mezzo, pur­troppo, non ci sono».
 
– Ma perché i nostri giocatori, fat­ta eccezione per i Benetti, i Tardelli, gli Antognoni e qualche altro, non tirano da fuori?
«Sotto certi aspetti non so spie­garmelo proprio. Sotto certi altri, invece, potrei dire che noi disponia­mo di ottimi rifinitori in grado di porre i nostri attaccanti in condi­zioni favorevoli, se non ideali, di battere a rete. Per cui molto spes­so non c’è bisogno di tentare “av­venture” da lontano. Come vede so­no in grado di svelare solo una parte del mistero».
 
– Crisi dei portieri: è dimostrata, non potrà negarlo, da un Castellini che, negli ultimi mesi, è andato in picchiata, perdendo il posto prima nel Torino eppoi in Nazionale. Tan­to da essere dirottato, quest’estate, al Napoli.
«La crisi, se così si può dire, di Castellini mi ha sorpreso parecchio. Ma credo che sia una crisi psicologi­ca e non tecnica. A Napoli sapremo se il suo talento – che è notevo­le – è in fase di oscuramento».
 
– Garella, secondo il parere della maggioranza dei giocatori laziali, è stato il principale artefice della brutta stagione biancazzurra…
«Quello relativo a Garella è un di­scorso complesso, non si può liqui­dare con due parole. Direi, innan­zitutto, che Garella, al debutto, an­dava maggiormente sostenuto sul piano psicologico perché le insidie, per un esordiente, sono sempre pa­recchie. D’altro canto il giovane por­tiere ha dimostrato una certa ine­sperienza, rilasciando, ad esempio, qualche dichiarazione che poi si è ripercossa su dì lui come un boomerang. E pensare che Garella aveva dimostrato in passato (a No­vara) di possedere eccellenti doti potenziali. Mi pare anche giusto ag­giungere che, essendo l’uomo dì Vi­nicio, una volta licenziato il tecnico, Garella è caduto automaticamente in disgrazia. Però, in definitiva, riten­go che Garella sia responsabile co­me altri, non di più, di una crisi che ha investito l’intero ambiente laziale».
 
– Oltre a Conti e Bordon, in questo chiacchieratissimo ruolo, non sem­brano spuntare molti giovani in gamba…
«Diciamo che Bordon ed il sotto­scritto, più che giovani, sono atle­ti di mezza età. Fra le speranze cre­do che Galli della Fiorentina abbia un bel futuro davanti».
 
– Italo Allodi, molto meno pessimi­sta di noi, in una recente intervista, si è impegnato al punto di affermare che Galli, in potenza, ha le doti per diventare il più straordinario portiere che ci sia mai stato in Ita­lia. Condivide?
«Ho già detto che Galli è buono ma non lo conosco a sufficienza per ab­bracciare una tesi così impegnativa. Può darsi, comunque, che Allodi ab­bia ragione e ciò dimostrerebbe che i portieri, in Italia, non meritano processi».
 
– Graziani – che la stima e le è amico – ritiene, a sua volta, che Terraneo può insidiarle il posto in Nazionale…
«Terraneo lo conosco ancora meno di Galli. Però se Francesco dice que­sto vuol dire che ha buone ragioni per sostenerlo. Del resto bisogna ri­conoscere che un Torino che punta allo scudetto non può far fuori un uomo collaudato come Castellini per affidare la difesa della sua porta ad un pivellino».
 
– Ammetterà, perlomeno, che i re­centi “Mondiali” hanno dimostrato che i “numero uno” stranieri sono di levatura superiore alla nostra.
«Mica vero. Se dicessi che c’è un portiere che in Argentina mi ha en­tusiasmato, direi una grossa balla. Due che andavano per la maggiore, quello della Polonia e quello dell’Ungheria, hanno finito addirittura per perdere il posto. Lo stesso Maier ha espresso cose belle e co­se brutte. Il migliore, in definitiva, è stato Fillol».
 
– La sua difesa è stata tanto abile quanto appassionata. Vediamo perlomeno, se è capace e vuole de­cretare una condanna per un Man­cini che fa saltare all’aria lo scam­bio con il Foggia, mettendo in dif­ficoltà due sodalizi ed un collega, Memo…
«Credo che l’errore di fondo lo abbiano commesso le due società. E mi spiego. Mancini, se non sbaglio, aveva sempre detto chiaramente che non avrebbe accettato un trasferi­mento in una serie inferiore, perdippiù in una sede molto lontana da Bologna. Quindi bisognava tener conto del parere espresso dal gio­catore, a meno che non lo si sia considerato, da parte bolognese e foggiana, una persona poco seria, capace cioè di cambiare successivamente opinione. Insomma, prenden­do per buono quanto aveva manife­stato Mancini, Bologna e Foggia avrebbero dovuto, a liste aperte, adottare altre soluzioni che avrebbe­ro giovato alle due società e agli stessi giocatori, protagonisti di un caso che, alla lunga, è diventato non molto piacevole».
 
– Si dice che, in Nazionale, è ar­rivato il suo turno: Zoff, suo malgra­do, ha già trovato un erede. Non può negarlo…
«Può darsi. O meglio, se Bearzot ha programmato per il futuro una sostituzione di Zoff, è chiaro che mi verrò a trovare in una posizione di privilegio».
 
– Ormai è certo: il prossimo anno la aspetta anche la Juve…
«Me lo auguro. Però credo che, per ora, di concreto non c’è nulla».
 
– Concludiamo: Conti giudica Con­ti.
«Esco molto di porta (e dicono an­che abbastanza bene) perché io cer­co di prevenire più che di ripara­re. Poi penso di avere sufficienti doti di freddezza, di essere abba­stanza sicuro di me, di possedere, in una parola, un certo temperamen­to. E queste sono virtù importanti in quanto la filosofia di noi guardia­ni della porta è completamente di­versa da quella degli altri giocato­ri. Per la nostra fortuna, oltre ad un naturale bagaglio tecnico, inci­dono, in maniera decisiva, determi­nante, caratteristiche di natura psi­cologica. Su un punto, soprattutto, intendo fare progressi, se la buona stella mi assisterà. Alludo all’espe­rienza internazionale. Un portiere moderno deve conoscere un po’ tut­to il calcio, non solo quello italia­no. Allora, solo allora, potrà consi­derarsi un arrivato, uno che ha fat­to veramente carriera».


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