Euro 2012: “La Nazionale ad Auschwitz non vada per apparenza”

Il 5 giugno 2012, alla vigilia di Euro 2012, Sebastiano Vernazza intervistò per La Gazzetta dello Sport l’allora direttore del museo della Shoah di Roma, Marcello Pezzetti, che il giorno dopo avrebbe accompagnato la Nazionale di Prandelli in una visita ad Auschwitz. Vi ripropongo quella pagina, in occasione del Giorno della Memoria.


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In viaggio verso Auschwitz. Oggi la Nazionale vola in Polonia, a Cracovia, perché nelle vicinanze, a Wieliczka, è fissato il ritiro per Euro 2012. Domattina visita al lager di Auschwitz, dove i nazisti, tra il 1940 e il 1945, sterminarono oltre un milione di ebrei. La guida azzurra sarà Marcello Pezzetti (…). C’è qualche problema, diciamolo con franchezza. La Nazionale, presa com’è dalla necessità di preparare il debutto con la Spagna, vorrebbe limitarsi a un blitz. Andata e ritorno in poche ore, per salvare pranzo e allenamento del pomeriggio. A Pezzetti la cosa non sta bene. “No, non ci si può recare ad Auschwitz con la fretta di ritornarsene in albergo. I capi di Stato si fermano un giorno intero. Io sto trattando con la federazione e non ho ancora capito se porteremo i giocatori a Birkenau. Se non andassimo lì, faremmo soltanto un’operazione di facciata e la cosa sarebbe insopportabile“.

Perché è così importante visitare Birkenau?
“Birkenau dista tre chilometri da Auschwitz, lo spostamento è minimo. Ad Auschwitz c’erano il campo di concentramento e i campi di lavoro. A Birkenau le camere a gas: lì si è perpetrato lo sterminio e lì la Nazionale deve raccogliersi e lasciare un pallone dove c’era il campo da calcio”.

A Birkenau si giocava?
“Sì, era stato creato un campo, vicino all’ospedale dei prigionieri e di fianco al crematorio. I nazisti volevano divertirsi. Esigevano che funzionari, kapo e infermieri giocassero e coinvolgevano nelle partite i detenuti più bravi, perché tra i deportati furono numerosi gli sportivi e tra loro i calciatori. I nazisti scommettevano denaro su questi incontri. Erano sadici e succedeva di frequente che il giorno dopo qualche giocatore/detenuto venisse ucciso in camera a gas”.

Altri “sport” del lager?
“Boxe e nuoto. Si tirava di pugilato e vale lo stesso discorso fatto per il calcio. Dopo l’incontro, poteva capitare di essere ammazzati. Ad Auschwitz morì Leone Efrati, pugile ebreo di buon livello (venne cremato nell’aprile del 1944, ndr)”.


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Apriamo una parentesi. Alberto Sed, compagno di prigionia di Efrati, raccontò: “Per i tedeschi Leone era il pugile sul quale scommettere. Giù soldi, tanti soldi. Non c’era il ring, soltanto un piazzale e loro (i tedeschi, ndr) che urlavano, si divertivano. Succedeva di domenica, quando non si lavorava. A chi combatteva andava come premio un pezzo di pane“.

Pezzetti, e il nuoto?
“La “piscina” di Auschwitz la inaugurò un italiano, Isacco Baiona, di Livorno. Lo buttarono in acqua perché veniva dal mare e ritenevano che sapesse nuotare bene”.

È vero che domani gli azzurri saranno accompagnati da alcuni sopravvissuti?
“Sì. Piero Terracina di Roma, Samuel Modiano, ebreo italiano di Rodi, e Hanna Weiss di Fiume. Spero che i nostri calciatori li ascoltino con attenzione. Vorrei chiarire un concetto. La Nazionale non va ad Auschwitz per acquisire benemerenze, ma per un dovere nei confronti della storia. Auschwitz/Birkenau è il cimitero dell’Europa, il luogo in cui è stato annientato il più alto numero di civili europei. Intendo dire cittadini, non militari”.

Quante persone, tra bambini, donne, uomini e vecchi?
“Un milione di ebrei e duecentomila europei. Questo è il posto in cui il razzismo si è esaltato. I nazisti ritenevano che gli ebrei fossero la parte nociva dell’umanità e ne programmarono lo sterminio”.

Il razzismo resta d’attualità, dentro e fuori dagli stadi.
“È inaccettabile, eppure succede ancora. Domani Balotelli, in questi anni vittima di cori beceri, proverà molte sensazioni. A proposito, la prima volta che in uno stadio c’è una manifestazione o un gesto razzista i giocatori escano dal campo. L’Italia però vada ad Auschwitz/Birkenau e non si limiti a 10 minuti o due ore. Ci stia il necessario, senza guardare l’orologio”.


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Per la cronaca, gli Azzurri visitarono anche Birkenau.


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