La Coppa del Mondo? “È come una donna. Ed è italiana”

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Nello stabilimento di Paderno Dugnano

Non so quanti di voi lo sappiano (in fondo non è poi questo gran segreto) ma, alle porte di Milano, a Paderno Dugnano, c’è uno stabilimento magico, per chi ama questo gioco: la G.D.E. Bertoni, “casa natale” della Coppa del Mondo FIFA. Sì, quella sollevata da Zoff a Madrid e da Cannavaro a Berlino. “Qui è stata creata la coppa dorata –scrisse Sara Canali su Vanity Fair il 14 giugno del 2014, giorno dell’esordio azzurro in Brasile– e proprio qui torna dopo ogni Mondiale per essere ritoccata, sistemata, ristrutturata, insomma, coccolata“.


Dopo il 1970, quando la Coppa Rimet andò definitivamente al Brasile, la FIFA dovette inventarsi qualcosa di nuovo, così lanciò un concorso internazionale per trovare il nuovo trofeo da assegnare a partire da Germania Ovest ’74: tra 53 proposte, la spuntò quella del designer milanese Silvio Gazzaniga, che lavorava per la Bertoni. Lo scultore descrisse così la sua creazione: “Le linee nascono dalla base, risalendo in spirali, fino a stringere il mondo. Le figure rappresentate sono due atleti che esultano nel momento della vittoria“.


La G.D.E. Bertoni produce una copia del trofeo, quella che poi viene consegnata alla squadra vincitrice del Mondiale. La replica è in ottone ricoperta d’oro e un po’ più leggera, ma identica all’originale.


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Al lavoro sulla coppa

Nel pezzo citato qualche riga più su, Sara Canali intervistò Valentina Losa, amministratore unico dell’azienda e nipote del fondatore, Eugenio Losa.


«La coppa è come una donna», spiega Valentina, amministratore della società. «È amata, desiderata e viaggiatrice. Ogni quattro anni fa molti chilometri per arrivare dove si svolge il mondiale anche se poi, alla fine, torna sempre qui per rifarsi il look».

Pensava di fare questo lavoro?
«Ho fatto di tutto per andare contro il volere di mio padre di studiare economia e prendere in mano l’azienda. Però con la seconda figlia mi sono accorta che stare qui mi dava maggiore elasticità di orari, poi mio padre si è ammalato e quando sono entrata in azienda si è aggravato per poi lasciarci in pochi mesi. Mi sono sentita di portare avanti il suo lavoro».

È appassionata di calcio?
«Sì, per forza. Sono un’appassionata silente perché ho un marito juventino e io sono milanista, quindi in casa preferisco non prodigarmi in commenti tecnici».

Che emozione è vedere in mondo visione una vostre creazione alzarsi verso il cielo?
«Un’apprensione unica! Tutte le volte che vedo una premiazione non me la godo, mando sempre indietro per vedere se la coppa è tenuta ben dritta, mi agito se c’è qualche oscillazione di troppo. E vogliamo parlare dei nastri delle medaglie, quando magari si arrotolano un po’ e quindi si vede il retro? Non lo posso sopportare. Insomma, il momento della premiazione per me è una sofferenza unica».

Un augurio per gli azzurri?
«Riportatemi a casa la Coppa!».


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Valentina Losa

 

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