Zenga e Tacconi: quando la rivalità era uno spettacolo

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Stefano Tacconi e Walter Zenga, che storia. Sono stati splendidi duellanti in tutto: abilità, carattere, rivalità, spavalderia. Guasconi, li chiamavano. Sono stati molto di più. Cazzoni anche, talvolta: facevano a gara a chi la sparava più grossa. E, al pari dei duellanti del grande film di Ridley Scott, si sono rincorsi e sfidati per una vita come se il loro stesso esistere da personaggi dipendesse dall’altro. Il disegno del destino li ha voluti così, tracciando per i due portieri strade convergenti. In pillole: crescono entrambi nel vivaio nerazzurro, quando Tacconi lascia la Samb arriva Zenga, L’Inter sta per richiamare Stefano e alla fine punta sul più giovane Walter. Tacconi allora va alla Juve, e qui comincia l’infinita battaglia a suon di battute. Che si protrae in nazionale. Non contenti, i duellanti al tramonto delle loro carriere passano dal derby d’Italia a quello di Genova, Stefano parte Genoa e Walter parte Samp. E il più giovane è dall’altra parte del campo quando Stefano dice addio al pallone (Samp-Genoa 3-2), a modo suo: «Mi sono rotto i c…». E poi se la ride: «Uno come me dove chiudere col botto, no?». La storia si ripete con Gianluigi Buffon e Francesco Toldo? Come allora, i migliori portieri che giocano nell’Inter e nella Juve, che sono destinati a dominare la scena per parecchio tempo, che si sfidano in nazionale, con uno che gioca e l’altro certo di meritare il posto. E che ogni tanto si punzecchiano. Chiamati a ricordare, i vecchi duellanti però non trovano altre analogie. Zenga, che oggi guida, e bene, il National Bucarest (è secondo in campionato) dice: «Come carattere, Toldo è profondamente diverso da me e Stefano. Anche lui non le manda a dire, ma è molto più tranquillo. Forse Buffon ci assomiglia di più. L’ho sempre detto: a volte mi rivedo in lui, per la sicurezza, la spavalderia in campo e per come si presenta, un po’ sbrindellato, in tv. E in questo momento sto facendo un complimento a Toldo. Chi è il più forte? Se fossi il c.t., non sarei preoccupato se uno dei due prendesse l’influenza. È difficile fare una gerarchia in questo caso, ma credo sia giusto che in azzurro giochi Buffon, è più giovane e ha comunque ha tanta esperienza. Nel nostro caso invece non c’era storia: io ero molto più forte di Tacconi, per 3 volte sono stato il miglior del mondo. Sono riuscito a lasciare in panchina il portiere della Juve che, si sa, era più potente dell’Inter». Passano gli anni, non la voglia di sfottersi. Tacconi, che ora ha un’agenzia di comunicazione, una finanziaria e fa un sacco di altre cose, se la ride: «Questo era il nostro bello, anch’io ero convinto di essere più forte di lui. Con la Juve ho vinto molto di più. In nazionale hanno scelto lui, amen. Ma c’era tanta stima tra noi, e amicizia anche. Se dovevamo punzecchiarci, lo facevamo senza problemi e in maniera pesante. Anzi, a volte in nazionale, ci mettevamo d’accordo su cosa dire, c’inventavamo qualcosa di strano per far parlare di noi. Toldo e Buffon sono molto diversi, non si sfottono. Casomai il primo può assomigliare a Zoff e il secondo ad Albertosi. Tecnicamente poi è tutto diverso: sono forti per carità, e Buffon prevale in azzurro perché a parità di bravura ha più carattere. Ora io non voglio fare l’allenatore dei portieri, però a loro insegnerei un sacco di cose, partendo dalle basi. Una volta si diceva: tranquilli ci sono Tacconi e Zenga. Ora no, i portieri non fanno più i miracoli, hanno perso il senso della posizione e s’ affidano troppo alla difesa». E come personaggi, gli eredi reggono il paragone? Secondo i vecchi duellanti, no. E non solo per carenze loro. La teoria di Zenga è chiara: «Questione di carattere e di tempi. Noi siamo diventati personaggi alimentandoci a vicenda, con battute e polemiche. Eravamo personalità forti. E poi il calcio era meno commerciale, la gente s’identificava in noi, eravamo due bandiere. Bisogna anche dire che Toldo e Buffon fino a ieri giocavano con Fiorentina e Parma. Con Inter e Juve tutto viene ingigantito. Magari tra 5 anni avranno un altro spessore». Tacconi rincara la dose: «Ci sono duelli che hanno segnato epoche. Per dire Albertosi-Zoff, Tacconi-Zenga per gli anni Ottanta. Dopo, il calcio è finito. Quello che intendo io, fatto di lealtà, passione, campanile e goliardia. Le personalità forti, come me e Walter, dicevano quello che si sentivano, anche contro i dirigenti. Non vendevamo anima e immagine alle società. Ora tutti dicono frasi prestampate. Per questo tra 20 anni nessuno si ricorderà di Toldo e Buffon, e non è colpa loro». (…)”.

(Fabio Bianchi, La Gazzetta dello Sport, 18 ottobre 2002)


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