I “rivali” di Pablito nella serie A dell’81: Pruzzo, poi Bivi e Chiodi. Bearzot aveva poca scelta…

Il Vecio era davvero fissato con Pablito? Siamo sicuri che avesse delle (vere) alternative?

Nel piccolo mondo antico di quarant’anni fa o poco più, dove i ragazzi come Paolo Rossi crescevano sulla pozzolana e poi buttavano il cuore oltre l’ostacolo, nella vecchia serie A dei primi anni Ottanta, in un momento di cruciale e per certi versi aspetti doloroso passaggio storico, perché Bearzot si era “fissato” con Paolo Rossi? Semplicemente: lo aveva individuato come alternativa al passato, non una certezza, ma una possibilità, un modo per aprirsi al domani. Giocava nel Lanerossi, Pablito, quando Bearzot lo fece debuttare in Nazionale in un’amichevole col Belgio: era il 21 dicembre del 1977. Non fece miracoli. Anzi non fece alcuna impressione, né bella né brutta. 

Si muoveva come nessuno o forse per questo nessuno sembrava vederlo. Vincemmo 1-0. Perdemmo invece l’amichevole successiva contro la Spagna, ancora con Paolo Rossi al posto di Ciccio Graziani, accanto a Pulici. Il destino e Bearzot lo vollero in Argentina. Dove Rossi giocò la sua terza partita in azzurro, contro la Francia, e segnò. Poi, dopo la squalifica, ancora il destino e la cocciutaggine del ct lo imposero in Spagna nell’82, ai danni, se vogliamo, di Pruzzo. Ma cosa c’era in serie A da quelle parti, negli attacchi, quali erano le teste e i piedi deputati a far gol? Chi formava la squadra trasversale degli attaccanti, a parte Graziani, Altobelli e Rossi che divennero campioni del mondo, unitamente a Selvaggi (allora al Cagliari) che in Spagna però non giocò neanche un minuto? Era, appunto, uno scenario d’altri tempi, un teatro alla buona, con le quinte di cartapesta, molto legato a sistemi di gioco e a qualità individuali che si sarebbero presto dissolte o nella migliore delle ipotesi sarebbero confluite nel nuovo: pioniere del quale fu certamente Arrigo Sacchi e, a lui collegato, un centravanti come Marco Van Basten.

Ma chi erano i “rivali” di Pablito? Quando Pablito era fermo per scontare la pena della sospensione per essersi ritrovato, con la maglia del Perugia addosso, al centro dello scandalo scommesse, l’Italia dei centravanti sembrava il carrozzone di Mangiafuoco. Erano tutti personaggi pittoreschi, ognuno a modo suo. L’Ascoli di Carletto Mazzone proponeva De Ponti, con quella sua andatura strappata, da ribelle che pretendeva di imporre il suo ritmo al calcio, non riuscendovi quasi mai. L’Avellino di Vinicio, accanto all’emergente Juary, doveva contentarsi di Vito Chimenti, un calciatore di tutto rispetto, ma di categoria. Le speranze del Bologna erano legate al rendimento di Stefano Chiodi, reduce da uno scudetto col Milan e dai complimenti, puntualmente esagerati, del suo ex allenatore Liedholm. Chiodi era famoso per sbagliare reti già fatte (forse soltanto Calloni aveva saputo far di meglio con la maglia rossonera).

Qualche assist, al Bologna, gli arrivava da un giovanissimo: un certo Roberto Mancini. Borghi e Bivi si giocavano la maglia numero nove del Catanzaro, dove in campo gli “anziani” erano Santarini e Ranieri (due difensori, ndr). Più classico, ma poco interessante per Bearzot, era l’austriaco Schachner, figlio della tradizione alla tedesca del “bomber” alla Hrubesch e punta di diamante del Cesena. Il Como aveva Nicoletti, un lungagnone, ma di rimbalzo poteva sempre contare sul “perduto” Calloni di cui sopra. Se non c’era Graziani, la Fiorentina poteva sempre offrire, in alternativa, Paolo Monelli. Tenete presente che in quegli anni, in serie A, si segnava poco. E forse un motivo c’era. Più d’uno magari. Nel Genoa il centravanti era Massimo Briaschi, che stava al Vicenza con Rossi e che poi avrebbe avuto un assaggio di Juventus, nemmeno tanto da buttare. La riserva di Altobelli, nell’Inter, era Aldo Serena, che aveva 21 anni. Al centro dell’attacco della Juventus di Trapattoni svettava Pietro Paolo Virdis, nel Milan Joe Jordan, lo scozzese sdentato e appena prelevato dal Manchester United. A Napoli non c’era una vera punta, si alternavano Pellegrini, Palanca, che usciva dall’esperienza col Catanzaro con 13 reti nell’ultima stagione minacciando sfracelli, e Musella. La Roma ovviamente aveva Pruzzo. Più una seconda certezza: non c’era nessuno in rosa per sostituirlo. Al Torino, più che consolarsi con la “resilienza” di Pulici, si preoccupavano del vuoto appena lasciato da Graziani. L’Udinese si poteva soltanto permettere Miano. Insomma: che altro poteva fare Bearzot, se non fidarsi al 100% del suo folletto toscano?“.

(Enrico Sistila Repubblica, 10 dicembre 2020)

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